Mattia Esposito
Quando Francis Fukuyama, in un articolo pubblicato sul National Interest nel 1989, annunciava “la fine della Storia”, non c’è da stupirsi che molti gli abbiano creduto.
Il Muro di Berlino stava per crollare, aprendo la strada a quell’integrazione europea rimasta per decenni un progetto sospeso tra enormi difficoltà; l’Unione Sovietica si avviava verso l’implosione, assistendo impotente alla caduta dei regimi comunisti che per anni aveva disciplinato; la democrazia liberale appariva come l’approdo finale dell’umanità, la forma più etica e razionale di libertà capace di ricomporre il mondo dopo le fratture ideologiche del Novecento. Per molti, era la sintesi conclusiva del discorso sulla civiltà, il punto d’arrivo di un cammino secolare verso la sublimazione della ragione.
Più che come analista politico, Fukuyama si presentava come profeta dell’hegelismo, interprete ultimo di quella visione teleologica che concepisce la storia come un viaggio a senso unico verso una meta predeterminata.
Per Hegel, la Storia è il dispiegarsi progressivo della libertà nella coscienza dell’uomo: un processo dialettico in cui la Ragione, attraversando epoche e forme sociali diverse, giunge gradualmente alla piena realizzazione di sé. Nelle moderne istituzioni europee e nelle concezioni liberali del diritto, lo Spirito abbraccia la consapevolezza della libertà come valore universale.
Ma ciò che il filosofo tedesco considerava la salvezza del mondo in chiave secolare conteneva già il germe della colonialità del sapere e del potere, elemento che caratterizza in profondità il pensiero occidentale. Dietro la promessa di universalità si nascondeva infatti la tendenza a occultare e deformare le culture “altre”, a seppellire versioni differenti della stessa storia per preservare l’illusione di un ordine naturale degli eventi. Quelle voci marginali, però, non tacevano del tutto: rimanevano ai bordi del racconto, in attesa di essere ascoltate.
Fukuyama lo sapeva bene quando scriveva che sì, la Storia era davvero finita alla fine del secondo scorso – almeno come confronto tra modelli ideologici alternativi di organizzazione sociale – ma che sarebbero rimasti residui di conflittualità locale, schegge di resistenza ai margini della terra, piccole ostinazioni contro l’inevitabile compimento delle cose.
Mancano due mesi alla fine del 2025, e di baruffe così il mondo è ancora pieno. Popoli che denunciano l’esclusione dai circuiti del progresso, che rifiutano il ruolo di spettatori passivi della modernità. Saranno davvero loro i folli? O è il mondo intero a non accorgersi di andare verso la direzione sbagliata?
Prima che Fukuyama ne decretasse il compimento, Harry Truman, nel suo discorso al Congresso del 1949, aveva tradotto la teleologia dello Spirito hegeliano in strategia geopolitica. Gli Stati Uniti si fecero guida dell’Occidente e custodi del destino universale della Ragione. Da quel momento, il pianeta venne diviso: da una parte chi aveva già raggiunto la meta, dall’altra chi doveva essere condotto fin lì. Così nacquero, insieme, l’era dello “sviluppo” e il Sud del mondo.
Come scrive Wolfgang Sachs, la metafora dello sviluppo implica inevitabilmente una gerarchia: “Esattamente come si può riconoscere un frutto acerbo solo confrontandolo con uno maturo, così è possibile definire i diversi stadi del sottosviluppo attribuendo a determinate società il compito di rappresentare l’esempio di maturità.”
Il Sud, da semplice punto cardinale, divenne così una categoria politica e discorsiva: il mondo colonizzato ed ex coloniale riconvertito in un dispositivo di classificazione e controllo. Uno spazio apparentemente vuoto, privo di soggettività storica, pronto a essere riempito dai valori e dai modelli della parte “evoluta” del pianeta.
L’avvento della globalizzazione, lungi dall’essere il trionfo della Storia, ne ha rivelato piuttosto il fallimento. Da promessa di benessere universale, si è trasformata in un meccanismo di disuguaglianza, capace di concentrare ricchezza e potere nelle mani di pochi, erodendo legami di solidarietà e spegnendo le voci di chi chiedeva diritti, terra e dignità. Oggi, una minoranza detta le regole, mentre la maggioranza resta esclusa – un rumore di fondo nel brusio del sistema globale.
Eppure, qualcosa si muove. Ecuador, Marocco, Indonesia, Uganda, Kenya, Nigeria, Togo, Benin, Sri Lanka, Nepal, Perù, Senegal, Madagascar: contesti che compongono la mappa di una nuova insubordinazione. Le proteste partono da bisogni materiali – lavoro, ambiente, risorse – ma finiscono per rivelare una consapevolezza comune della marginalità. Sono fenomeni locali, eppure connessi: una rete di indignazioni che attraversa confini e costruisce una cartografia emotiva del Sud.
Nel suo libro Se noi bruciamo, il giornalista americano Vincent Bevins analizza le grandi ondate di dissenso dell’ultimo decennio, interrogandosi sul motivo per cui, nonostante la loro potenza, abbiano prodotto così pochi risultati politici duraturi. Bevins osserva come le ribellioni tendano spesso a ripetere schemi già noti: imitano gesti, linguaggi e strategie del passato, quasi seguissero una liturgia della rivolta. Un’altra costante, sottolinea, è la loro diffusione caotica – la capacità di espandersi rapidamente oltre il contesto originario, ma anche di smarrire coerenza e forza proprio nel momento in cui si dilatano.
Oggi, però, il vettore sembra invertito: la direzione della risonanza è orizzontale – o, meglio, verso sud. Le immagini, i simboli, le parole d’ordine si muovono insieme, creando una grammatica comune della ribellione. Persino icone pop come la Jolly Roger di One Piece diventano segni di identificazione per una generazione che si percepisce fuori dal centro del mondo: pirati che sfidano l’impero, e che reclamano dignità oltre le mappe del potere.
Non esiste ancora un manifesto del Sud globale, né una teoria terzomondista come negli anni Settanta. Si tratta di una coscienza diffusa più che di un movimento organizzato, una potenza non ancora ideologica ma potenzialmente destinata a diventarlo.
E allora, forse, la “fine della Storia” è stata soltanto la fine di un racconto egemonico, e nella sua ultima pagina si intravedevano già le molteplici storie che ne avrebbero proseguito la trama – voci che nascono a Sud, parlano di Sud e si rivolgono al Sud, chiedendo che anche chi sta al centro impari, finalmente, ad ascoltarle.
Perché, in fondo, sotto il selciato non c’è solo rabbia: ci sono altre storie, pronte a cominciare.
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