UN PONTE TRA SIRIA E ITALIA

La vita e il ruolo di Abdullah Alhusin

Gabiel Mileti

G: Siamo qui, in compagnia di Abdallah, amico di lunga data e, per tanti motivi, compagno di lotte e di avventure. Per chi non ti conosce, per chi ti incontra o ti legge per la prima volta: chi è Abdallah Alhusin, qual è la sua storia e come è arrivato a vivere a Lecce?

A: Mi chiamo Abdallah Alhusin, ho 39 anni, sono un arabo indigeno con cittadinanza siriana, nato nel 1986 a Homs in una famiglia tradizionale musulmana sunnita. In Siria ho studiato letteratura e lavorato per un anno in una scuola pubblica. Nel 2010 sono stato chiamato per la leva obbligatoria e assegnato ai servizi segreti militari, un’esperienza molto dura, peggio di quel che pensassi. Con l’inizio della rivoluzione siriana nel 2011, i militari furono coinvolti nella repressione dei manifestanti civili. A luglio dello stesso anno, nel mio ufficio arrivò un ordine firmato dal presidente Bashar al-Assad con tanto di dicitura “top secret” e timbro ufficiale: autorizzava l’uso delle armi contro i manifestanti per strada. In quel momento decisi di disertare. Quindi si, sono orgogliosamente un disertore dell’esercito. Prestavo servizio a Suwaida, città del sud abitata prevalentemente da drusi. Tornato a Homs, rimasi due mesi sotto assedio e mi unii a un gruppo di ribelli rivoluzionari, costituitisi nella “Free Syrian Army”. Durante un’azione dei ribelli contro il regime rimasi gravemente ferito e decisi, dunque, di rifugiarmi in Libano, dove ho vissuto 8 anni, 7 mesi e 22 giorni. Entrato illegalmente, sono rimasto a lungo senza permesso di soggiorno e senza accesso ai servizi sanitari, ma ho sempre sperato che la cosa durasse poco, ho sempre sperato di veder cadere il regime e di tornare subito a casa, ma così non è stato. Ho lavorato in diversi centri di ricerca e con varie associazioni sia locali che siriane ed internazionali, ma la mia attività politica mi è costata il carcere. Dopo la scarcerazione mi recai all’ambasciata italiana a Beirut, dove chiesi asilo politico. Una settimana dopo arrivai in Italia, tramite i corridoi umanitari supportati dai volontari dell’Operazione Colomba, che nel frattempo avevo conosciuto negli anni precedenti nei campi profughi in Libano. A Roma ho vissuto per due anni, imparando la lingua e trovando un impiego. In seguito mi sono trasferito a Lecce, dove vivo da quasi cinque anni. Ho seguito un corso di mediazione linguistica interculturale e oggi lavoro in questo ambito come coordinatore di un progetto sanitario.

G: Durante la tua esperienza nei servizi segreti, cosa sapevi della politica estera a sostegno del regime? Come vivevi, da siriano, la presenza russa e il sostegno di Putin ad Assad, in contrapposizione agli Stati Uniti? E cosa ti ha spinto poi a disertare e a impegnarti nel raccontare la verità del tuo popolo, anche in Italia?

A: Prima della rivoluzione avevo una visione completamente diversa del mondo. Sotto la dittatura di Assad ricevevamo una sola narrazione: il mondo era diviso in due blocchi, quello “buono”, formato da noi insieme a Russia, Iran e Venezuela, e quello “cattivo”, rappresentato dagli Stati Uniti e dall’Europa. In Siria vivevamo isolati: niente internet, niente social network, solo la televisione di Stato. Non avevamo accesso ad altre fonti di informazione, quindi credevo davvero a quella propaganda. La Siria ha sempre avuto legami stretti con la Russia, soprattutto militari — tutte le nostre armi erano di produzione russa. Nel 2015, quando Mosca è intervenuta direttamente nel conflitto, ha sostenuto Assad fino al 2024. Solo di recente, con il ritiro delle truppe, i russi hanno capito che la campagna militare non era più sostenibile, eppure, anche oggi che il regime è caduto, è stato proprio Putin ad accogliere Assad in esilio a Mosca. Oggi molti siriani si sentono traditi: accusano la Russia di aver contribuito alla distruzione del Paese e criticano un governo che continua a ignorare i bisogni del popolo. Allo stesso tempo, molti non si fidano neanche dell’America: entrambe le potenze sono viste come responsabili di interessi estranei alla Siria. Le responsabilità dei Russi sono altissime: hanno ucciso migliaia di persone in appoggio al regime di Assad, ed hanno letteralmente cambiato la mappa politica del paese, ciononostante non possiamo prescindere anche dalla loro presenza nello scacchiere mondiale e di equilibri dell’attuale Siria. Per me la politica non è una questione di buoni o cattivi, ma di equilibri. Credo che la Siria debba imparare a costruire relazioni con tutti, senza dipendere da nessuno, e a trovare una propria via fondata sull’autodeterminazione e sulla dignità del suo popolo.

G: Negli anni molti intellettuali, tra cui il prof. Gilbert Achcar, si sono esposti sulla rivoluzione siriana: alcuni l’hanno sostenuta come un momento di liberazione, altri hanno poi parlato di un tradimento degli ideali iniziali. Oggi, dopo la caduta del vecchio regime e con un governo di transizione più aperto alle potenze globali e a un modello più liberale, come valuti la fase post-rivoluzionaria? In particolare, come si sta muovendo il nuovo governo rispetto alla tutela dei diritti fondamentali e al rischio di ricadere in nuovi rapporti di forza, questa volta sotto l’influenza occidentale invece che russa?

A: Purtroppo, in Siria oggi il diritto non esiste realmente. La costituzione è stata sciolta e non c’è ancora una struttura legale stabile: si applicano solo alcune leggi locali, ad esempio per l’anagrafe o per questioni amministrative, ma la vita politica vera e propria non esiste. I partiti politici sono quasi tutti all’estero e l’unica forma di attivismo è quella del terzo settore e della società civile, che però non ha abbastanza forza politica per cambiare le cose. Questo periodo è molto delicato. Stiamo vedendo un passaggio da un sistema militare e di sicurezza, come quello di Assad, a un sistema che segue in parte la legge islamica, imposta dall’HTS. Loro oggi sono considerati moderati, ma rimangono jihadisti nella loro ideologia e non comprendono ancora che la società siriana, per lo più borghese e sunnita, non può vivere sotto un’autorità religiosa. È quindi un modello difficile da applicare. Sul fronte internazionale, la Siria si è aperta a varie potenze: Stati Uniti, Francia, Russia e altri Paesi sono tornati a interagire con il governo, ma la realtà sul terreno è diversa. La ricostruzione è quasi inesistente: ci sono ancora 12 milioni di sfollati e quasi nessun lavoro concreto per ricostruire le città principali come Damasco, Homs e Aleppo, che restano quasi completamente distrutte. Gli annunci mediatici e i proclami di accordi con la Russia, la Turchia o altri Paesi non hanno prodotto risultati concreti. Alcune aziende straniere, anche italiane, hanno firmato contratti in Siria, ma molti progetti si sono rivelati inesistenti. Persino giornalisti israeliani sono entrati senza alcun controllo, il che evidenzia la fragilità del sistema. In sintesi, l’apertura internazionale è reale solo sulla carta. La Siria resta un Paese strategico nel Mediterraneo, ma la politica estera attuale non è ancora efficace e c’è il rischio concreto che il Paese rimanga soggetto a interessi esterni. Serviranno almeno tre-cinque anni per costruire le basi della ricostruzione e garantire stabilità, prima di poter parlare di un ritorno a una vera autonomia politica e tutela dei diritti fondamentali. Allora, il diritto in Siria non esiste purtroppo adesso, la costituzione siriana non esiste perché è stata sciolta. Stanno seguendo ancora la legge locale siriana.

G: Ora vorrei tornare sul tuo attivismo. Tempo fa mi avevi detto che, dopo la caduta del regime siriano, la tua battaglia principale è diventata la questione di Gaza, e che ora collabori con realtà politiche e persone del mondo arabo in Italia, anche se in passato sulla Siria non la pensavate allo stesso modo, ma ora vi accomuna la causa palestinese. Voglio chiederti: prima della rivoluzione, quale era la posizione della Siria nei confronti di Israele sotto Assad? E oggi, con il nuovo governo, cosa è cambiato? Pensi che ci possa essere una normalizzazione dei rapporti diplomatici e istituzionali con Israele, oppure la situazione rischia di cambiare anche in termini di controllo e appartenenza territoriale rispetto allo Stato di Israele?

A: Allora, prima della rivoluzione, sotto Assad, la Siria aveva una posizione piuttosto chiara nei confronti di Israele. C’era un accordo di sicurezza che risaliva al 1974, dopo la guerra del 1973 e la presa del Golan da parte di Israele. Da quel momento, entrò in gioco la missione UNIFIL, che doveva garantire una sorta di equilibrio e controllo del territorio. L’accordo era formale: Israele riconosceva dei limiti territoriali e la Siria manteneva il controllo sulle altre zone. Di fatto, però, c’era una tensione costante, perché la Siria considerava il Golan un territorio occupato e il governo di Assad non poteva normalizzare i rapporti con Israele. Si trattava di una convivenza forzata, basata su sicurezza e diplomazia, ma senza vera apertura politica o economica. Dopo la caduta del regime e con la situazione instabile della guerra civile, Israele ha approfittato del vuoto di potere per avanzare in alcune aree strategiche, come la montagna di Sheikh. I siriani, però, non hanno reagito militarmente: ufficialmente, si diceva che “non avevamo la forza”, ma in realtà la questione era più politica, legata al caos interno e alla mancanza di organizzazione del nuovo governo. Gli atti militari israeliani sono stati denunciati dal governo siriano all’estero, alle Nazioni Unite e al Consiglio di Sicurezza, ma non c’è stata una risposta diretta sul campo. Anzi, il governo ha persino condiviso documenti di intelligence con Israele come forma di dialogo tramite mediatori, senza chiarire se si trattasse del Qatar o della Turchia. Questo ha calmato la situazione, ma resta chiaro che non si può parlare di normalizzazione. Oggi, il nuovo governo siriano dichiara che non può normalizzare i rapporti con Israele fintanto che il Golan resta occupato e mentre continua il genocidio del popolo palestinese. Quindi l’approccio è “step by step”: tornare almeno agli accordi del 1974, cercando di stabilizzare la sicurezza e la diplomazia, ma senza aprire completamente alle relazioni istituzionali o politiche. La situazione rimane molto delicata, perché qualsiasi apertura rischierebbe di essere percepita come tradimento del territorio siriano e della causa palestinese. In sintesi, prima c’era un equilibrio instabile ma chiaro sotto Assad; oggi, il nuovo governo si muove tra diplomazia internazionale e limiti concreti sul territorio, cercando di tutelare l’interesse nazionale e allo stesso tempo di non provocare conflitti aperti. Il rischio di conflitti futuri resta alto, ma la strategia è cauta, basata su accordi graduali e sulla protezione dei territori siriani.

G: Puoi spiegare come il cambiamento di governo in Siria ha influenzato i rapporti tra le diverse comunità etniche e religiose, e quali sono le sfide principali per garantire unità nazionale e stabilità nel Paese?

A: La maggioranza araba sunnita in Siria è stata sotto il controllo di una minoranza alawita dal 1963 fino allo scorso dicembre, prima con Assad padre e poi con il figlio. Durante quegli anni, i sunniti sono stati vittime di bombardamenti, perdite di città e di milioni di rifugiati — oggi circa 12 milioni sparsi nel mondo. Con il cambio di governo, che ora è guidato dalla maggioranza sunnita, ci sono stati scontri contro alcune minoranze, come gli alawiti e i Drusi (vedi i massacri di marzo e a Suwaida). Sorprendentemente, molte vittime dei precedenti massacri hanno giustificato questi atti, perché provengono dalla stessa comunità sunnita che per decenni è stata oppressa. Questo ha accentuato le divisioni all’interno della società siriana. Oggi la Siria resta divisa: gli alawiti sono concentrati sulla costa, i Drusi nel sud e i curdi nel Nord-Est. I curdi sono religiosamente sunniti, ma costituiscono una minoranza etnica. In passato avevano legami con il PKK e con le forze armate curde, ma ora il nuovo governo cerca di sciogliere tutte le milizie e di integrarli nell’esercito nazionale. L’HTS, ad esempio, ha fatto un passo intelligente sciogliendosi e entrando nello Stato. Il problema principale riguarda i curdi: chiedono autonomia tramite un modello federalista, ma in Siria è praticamente impossibile, perché la maggioranza araba controlla il governo centralizzato. L’esercito siriano rimane diviso tra unità arabe e curde, e c’è il rischio che alcune forze arabe disertino se la Turchia dovesse intervenire militarmente. Gli Stati Uniti, da parte loro, hanno alzato le mani, hanno detto “va bene, ti abbiamo dato l’appoggio per sei anni, ci avete dato una mano per combattere l’ISIS, però il vostro ruolo è finito.” Lo scioglimento delle milizie curde e la loro integrazione nell’esercito sarebbe la mossa più intelligente, creando un’unica forza nazionale. Tuttavia, la questione è complicata dai pozzi petroliferi controllati dai curdi e venduti agli americani. In sintesi, parlare di autonomia è molto difficile in Siria, perché ci sono troppe etnie e comunità religiose che rivendicherebbero lo stesso diritto. La storia mostra che l’unità del Paese è stata possibile solo grazie a un lungo lavoro politico di mediazione. Oggi il pericolo principale resta un conflitto interno con i curdi, ma la speranza è di trovare un accordo e costruire uno Stato unico e stabile. Ecco, io penso che sia tutta una questione di ruoli.

G: Hai detto che si tratta di ruoli, e questa è una frase molto forte. Qual è il ruolo oggi di un siriano libero in Italia, sia nel raccontare la realtà del proprio Paese sia nel suo impegno quotidiano nella società? Per cosa si caratterizza il messaggio che vuoi portare avanti con la tua presenza, che è militante anche nella quotidianità? Insomma: qual è il ruolo di Abdallah Alhusin, qui a Lecce?

A: Il mio ruolo oggi lo vedo come quello di un ponte, un mediatore tra realtà diverse. Cerco di trasformare le esperienze e le storie della Siria in testimonianze concrete, sfidando la narrazione distorta che spesso passa sui media o viene sostenuta da gruppi politici, sia a destra che a sinistra. Pochi ascoltano davvero cosa arriva dal mio Paese, e il mio compito è fare in modo che si capisca la verità: Assad è un dittatore, ma non voglio ridurre la complessità della situazione a un giudizio semplice; allo stesso modo, il governo attuale ha pregi e difetti. La mia libertà oggi è nata dalla rivoluzione pacifica del popolo siriano: persone scese in strada per chiedere diritti, democrazia e libertà dopo anni di oppressione (d’altronde cosa hanno fatto gli italiani dopo tutti gli anni di dittatura fascista?). Alcuni dicono che è stato tradita, altri manipolata, ma il mio impegno è ricordare com’è davvero nata quella rivoluzione e cosa significava. Ogni giorno mi confronto, spesso in modo acceso, con persone della destra e della sinistra italiana per raccontare la storia autentica della Siria. Alle volte arrivano persino a negare il mio operato: “No, non è vero…tu non hai fatto queste cose…” ma per me, combattere l’ignoranza è fondamentale. Lo faccio con calma, ma anche con rabbia quando serve. Parallelamente, svolgo un ruolo sociale concreto: aiuto chi non parla italiano, ad esempio per visite mediche o pratiche quotidiane. Sono molto legato a questa terra e a questo impegno, anche se a volte è estenuante e porta al burnout. Ma poi riparto sempre da capo, perché credo profondamente che questo sia il mio ruolo qui, a Lecce, in Italia: testimoniare, educare e sostenere.

G: Siamo arrivati alla fine di questa intervista ed io penso che il tuo ruolo sia importantissimo in questa società, pertanto ti faccio una domanda fredda, feroce: pensi di rimanere in Italia nel futuro oppure di tornare a vivere in Siria? E se sì, con quale obiettivo o progetto?

A: Bella domanda. Al momento non posso tornare in Siria, nemmeno per una visita breve, perché ho l’asilo politico qui in Italia da cinque anni e ho appena rinnovato i documenti per altri cinque. Tornare significherebbe rischiare di perderlo, e perdere l’asilo ora sarebbe un problema enorme. Sto anche pensando di richiedere la cittadinanza italiana, così in futuro potrei muovermi più liberamente e tornare a visitare la Siria senza rischi. Parte della mia famiglia vive qui in Italia: mia madre, due sorelle e un fratello. Mio padre, invece, era in Libano per lavoro e poi è tornato in Siria dopo quattordici anni. In Siria rimangono altri parenti e amici, ma purtroppo, per chi ha l’asilo politico, il ritorno immediato è praticamente impossibile. Alcuni nostri amici in Germania, che sono tornati anche solo per poche settimane, hanno perso tutti i documenti e hanno dovuto affrontare grandi difficoltà. Dal punto di vista emotivo e psicologico, poi, tornare ora sarebbe molto difficile. Rivivere le immagini del 2011, vedere i quartieri distrutti, i bombardamenti, le persone in fuga… sono immagini che restano dentro e che segnano profondamente. Ma la cosa più importante è che il cambiamento fondamentale è già avvenuto: il dittatore non c’è più, e questo significa che la Siria può finalmente aprire una nuova fase. Questo permette di pensare a un futuro ritorno, ma con calma, passo dopo passo. Il legame con l’Italia, e in particolare con Lecce, è invece molto forte. Qui ho costruito una vita, un lavoro, amicizie e relazioni sociali. Trasferirmi in un’altra città italiana sarebbe già difficile, figurarsi pensare di ricominciare completamente in Siria. Qui ho le mie radici quotidiane, la mia routine, e anche un ruolo sociale importante, che mi permette di aiutare altre persone, raccontare storie, dare supporto a chi ha bisogno. Nonostante tutto, il legame con la Siria resta fortissimo. Ogni tanto penso a quando potrò finalmente fare una visita, rivedere luoghi e persone, senza la pressione del rischio legale o burocratico. Forse ci vorranno ancora due o tre anni prima di poter fare questo passo in sicurezza. Tornare a vivere lì definitivamente è ancora più complesso, richiede tempo, pianificazione e un equilibrio emotivo che adesso sto costruendo giorno per giorno. Ma il desiderio c’è, e quando sarà il momento giusto, lo affronterò con consapevolezza e calma. Per rispondere alla domanda, dunque, il mio futuro immediato è qui in Italia, ma il cuore resta diviso: radicato nella nuova vita che sto costruendo, ma sempre legato alla terra e alla storia della Siria. Voglio essere pronto quando arriverà il momento di tornare, senza fretta, con tutto il rispetto per la memoria e per il futuro del mio Paese.

 

Leggi anche “We The Syrians: la proposta di pace dei profughi siriani in Libano” disponibile su  https://iari.site/2020/09/04/we-the-syrians-la-proposta-di-pace-dei-profughi-siriani-in-libano/