RIVOLUZIONI TRADITE

Colonialismi, Guerre, Esuli

Ginevra Corigliano

«Come si può non essere ispirati da un popolo che riscopre la propria voce,  che trasforma canzoni popolari e slogan calcistici in canti rivoluzionari?  Come si fa a restare impassibili davanti a proteste organizzate contro i carri armati?  […] Eppure, nonostante le contraddizioni, palestinesi e siriani condividono lo stesso anelito per la libertà, lo stesso bruciante desiderio di vivere una vita dignitosa e il sogno di camminare per le strade della vecchia città di Damasco e Gerusalemme.»

Il volume “Rivoluzioni tradite: colonialismi, guerre, esuli” pubblicato in Italia, grazie al progetto seminariale “Rivoluzioni Tradite” promosso dall’Associazione Il Ponte in collaborazione con Youthmed, Alter – Azione, Intermore e Officine Ergot, ha offerto, sia per gli addetti ai lavori sia per i neofiti, un quadro sintetico e chiaro di alcune dinamiche politiche e sociali del Medio Oriente. 

Per la prima volta in Italia è stata pubblicata l’intervista all’islamista francese Maxime Rodison realizzata nel 1986 da Gilbert Achar che risulta essere un contributo fondamentale per conoscere meglio l’evoluzione dell’Islam come elemento politico. Lo studioso si distingue per aver applicato al mondo musulmano una griglia di lettura critica marxiana che ha permesso importanti risultati quali l’analisi dei fenomeni islamici e le società musulmane come formazioni sociali storicamente determinate, di denuncia rispetto l’impatto del colonialismo e del capitalismo occidentale e la difesa di un approccio laico, ma non ostile o razzista, verso l’Islam.

Una riflessione comparata tra i testi di Asaad al Achi e Gilbert Achcar, presenti nel volume, e studi recenti sull’economia, la politica e le voci di Gaza suggerisce che i processi rivoluzionari, intesi come rottura rispetto a strutture oppressive, spesso rischiano di tradire i loro ideali. Gaza, come la Siria, oggi ne è un esempio tragico: desideri di autonomia e giustizia si intrecciano con logiche geopolitiche, narrazioni occidentali e la fatica concreta del quotidiano. La guerra a Gaza ha aggravato le disuguaglianze sociali, la povertà, il lavoro minorile e ha costretto la popolazione a sopravvivere in condizioni esasperate. Contemporaneamente, le testate giornalistiche mettono in luce contraddizioni e omissioni nel discorso pubblico: l’Unione Europea è accusata di indecisione verso Gaza, evidenziata dalle difficoltà a sospendere accordi con Israele, nonostante le innumerevoli violazioni del diritto internazionale.

Questi contrasti richiamano il tema del libro: la lettura occidentale spesso semplifica o proietta, ignorando le complessità locali. Ma cosa dicono coloro che vivono in Gaza? Le voci dirette, che siano testimonianze, articoli scientifici oppure produzioni giornalistiche palestinesi, restituiscono un panorama umano e politico molto più articolato. Da interviste e saggi emerge una popolazione costretta a sopportare traumi profondi, ma altrettanto segnata da resilienza e solidarietà. 

E i media locali pagano un prezzo alto: la recente uccisione del giornalista Anas al-Sharif è l’ultimo caso di una lunga lista, mentre 184 giornalisti palestinesi sono stati uccisi dall’inizio del conflitto.

In questo contesto, è necessaria una riflessione etica sulla narrazione giornalistica. Spesso la stampa occidentale prova a schierarsi, definendo con nettezza buoni e cattivi. Una posizione netta rischia di semplificare la complessità, di polarizzare il discorso e di cancellare le incertezze o i dubbi giustificati. Alcune fonti infilano citazioni forti, ma la realtà di Gaza è stratificata: migliaia di famiglie sfollate, bambini traumatizzati, ma anche reti sociali resilienti.

 

Credo che l’etica del racconto imponga uno sguardo distaccato ma empatico, che rispetti la soggettività delle persone coinvolte, anziché imporgli etichette o ruoli preconfezionati. In tal senso, il principio occidentale del giudizio immediato deve lasciare spazio alla pazienza, alla storia. Solo così si può restituire l’umanità — e non solo la vittima o il martire — di chi vive quotidianamente sotto assedio. L’analogia con la Siria è tragica e urgente: entrambe mostrano rivoluzioni o resistenze soffocate da nuove forme di oppressione o dalla logica geopolitica esterna. Oggi Gaza è chiamata a resistere, ma la narrazione internazionale rischia di tradire la sua complessità. Le soluzioni vere emergeranno dalla pazienza della storia e non dalla fretta ideologica