RIORIENTARE IL SISTEMA INTERNAZIONALE

Il referendum ecuadoriano come paradigma del sud globale

Gabriel Mileti

E se l’esito referendario in Ecuador fosse molto più che un evento politico nazionale? Se, infatti, il recente rifiuto popolare delle proposte di Daniel Noboa – dalle basi militari straniere alla riscrittura della Costituzione del 2008 – fosse in realtà l’avvio di una ristrutturazione profonda delle asimmetrie di potere globali? Questo voto non è soltanto un momento di sovranità ecuadoriana, ma un segnale potente che risuona in geografie lontane, ponendo al centro della riflessione politica la giustizia territoriale, il diritto alla terra e la resistenza popolare dal basso.

Negli ultimi mesi, l’Ecuador ha vissuto una stagione cruciale: il referendum ha respinto la proposta di reintrodurre basi militari straniere (leggasi statounitensi) e di convocare un’assemblea costituente per riscrivere la Carta di Montecristi inaugurata dall’Ex Presidente Rafael Correa[1] . Questo voto emerge in un contesto in cui la Costituzione del 2008 (quella stessa Costituzione che riconosce per la prima volta soggettività giuridica alla terra e alla natura) rappresenta un baluardo della sovranità socio-ecologica.

Secondo gli articoli 71-74, la “Pachamama” ha diritti inalienabili [2]: esistenza, rigenerazione, restrizione delle attività distruttive, e un diritto alla restaurazione che non si riduce a mera compensazione economica. Ciascuna persona, comunità o popolo può invocare le autorità pubbliche affinché tutelino questi diritti: questa visione è radicata nella cosmovisione indigena del sumak kawsay (buen vivir), che connota non un solo diritto economico o sociale, ma un modo alternativo di vivere, in armonia con la natura[3]. L’esito del referendum dunque non è un incidente di percorso: è la riaffermazione di una Costituzione che guarda al mondo non come risorsa da sfruttare, ma come soggetto di diritto. È in questo senso che il voto assume una risonanza globale, perché la sua portata concettuale supera i confini dell’Ecuador e alimenta un discorso che arriva fino al Mediterraneo e oltre.

Nel Salento, la resistenza al gasdotto TAP ha incarnato questa stessa tensione. Il movimento No TAP ha lottato per anni contro un’infrastruttura imposta dall’alto, denunciando non soltanto gli impatti ambientali, ma anche il mancato ascolto democratico. Tuttavia, la repressione è stata dura: nel processo per i disordini legati alle proteste (2017-2019), 67 attivisti sono stati condannati, mentre 25 sono stati assolti [4], e quando, infine, il Tribunale di Lecce ha concluso il procedimento penale sulle accuse ambientali contro TAP, tutti gli imputati – inclusi i vertici dell’azienda – sono stati assolti “perché il fatto non sussiste” [5].

Per molti, la sentenza ha segnato una sconfitta della giustizia popolare: nonostante la mobilitazione, la macchina penale e istituzionale è risultata impermeabile alle rivendicazioni territoriali. Ma l’eredità dei No TAP non è svanita: la protesta ha costruito un precedente, ha messo in luce la frattura tra popolazioni e potere economico, ha mostrato come la partecipazione civica possa essere contrastata ma anche come possa generare nuove forme di azione. Oggi movimenti come Extinction Rebellion e Fridays for Future, così come iniziative di solidarietà in tutta Italia, si muovono con una rinnovata forza e consapevolezza.

Varcando i confini geografici, ma pur sempre accomunata dalla medesima aspirazione di giustizia territoriale, approdiamo in Palestina, dove la questione della terra si manifesta con una concretezza drammatica: non è solo una questione di proprietà, ma di esistenza. Il legame con la terra è incarnato negli ulivi, simboli di sumud (resistenza), radicati e duraturi, e al contempo oggetto di violenza sistematica. Durante le raccolte annuali, i contadini palestinesi affrontano quotidianamente aggressioni da parte dei coloni, restrizioni militari, blocchi d’accesso ai campi[6]. Secondo molti analisti internazionali, queste pratiche non sono accidentali, ma parte di una strategia più ampia di cancellazione: l’albero di ulivo, con la sua vita pluriennale, rappresenta un radicamento che sfida la logica dell’esproprio [7] da parte della forza occupante.

Dal punto di vista simbolico, l’ulivo è molto più che una pianta: è memoria, identità, economia contadina. Numerosi atti di distruzione delle piante, unitamente a restrizioni sull’accesso ai terreni, sono stati interpretati come un’aggressione sistemica alla continuità culturale palestinese[8]. Organizzare, piantare, curare gli ulivi diventa allora una forma di resistenza politica e giuridica: un gesto quotidiano che afferma il diritto alla terra, non solo come possesso ma come relazione.

Ecuador, Salento, Palestina: pur in contesti molto diversi, emerge una matrice politica condivisa; la terra come soggetto di diritto, la resistenza popolare dal basso come pratica di giustizia, l’autodeterminazione come orizzonte di trasformazione. Il costituzionalismo ecuadoriano introduce un paradigma giuridico radicale, ma non isolato. In questo intreccio, è utile richiamare anche la prospettiva teorica della Costituzione del prof. Luigi Ferrajoli [9], che nella sua proposta costituzionale (riportata da Costituente Terra [10]) concepisce i diritti come “istituti di giustizia”, elementi non negoziabili di un patto sociale. Se la terra è parte fondamentale di quel patto (se la giustizia include la relazione con la natura) allora la resistenza dei territori diventa non solo lotta politica, ma categoria costituente.

Alla luce di tutto questo, la domanda che ci guida diventa urgente: stiamo forse vivendo l’inizio di una nuova stagione dei diritti globali, una stagione che ricompone il rapporto tra popolo, territorio e potere? Il referendum ecuadoriano, le lotte in Salento e la resistenza palestinese non sono episodi equidistanti, ma tessere di un disegno più ampio, che ridisegna le mappature del celebre “Sud globale”[11] e pone le basi per una giustizia che non è imposta, ma conquistata. Se davvero sta nascendo una nuova stagione dei diritti, che questa volta porta il profumo del platano, del caffè, dello za’tar e dell’ulivo, essa richiederà non solo nuovi strumenti giuridici, ma una revisione dell’immaginario politico: la terra come relazione, la sovranità come partecipazione, la democrazia come pratica quotidiana di cura.

 

[1] https://pagineesteri.it/2025/11/17/america-latina/ecuador-nuova-costituzione-bocciata-la-proposta-di-daniel-noboa

[2] https://celdf.org/wp-content/uploads/2015/08/ECUADOR-2008-RIGHTS-OF-NATURE-PROVISIONS-IN-ENGLISH-AND-SPANISH.pdf

[3] 3.2; pp. 15 https://strathprints.strath.ac.uk/71319/1/Sajeva_MSCG_2017_The_conservation_of_the_environment_in_Ecuadors_constitution.pdf

[4] https://www.lagazzettadelmezzogiorno.it/news/lecce/1287556/disordini-e-proteste-in-salento-contro-il-gasdotto-tap-67-condanne.html

[5] https://www.ansa.it/sito/notizie/cronaca/2025/05/12/processo-gasdotto-tap-tutti-assolti-vertici-e-societa_35cc5a96-bf97-4225-8d30-cbdc6a3e64cc.html

[6] https://www.landcoalition.org/en/latest/right-to-access-land-for-palestinian-farmers-during-2025-olive-harvest

[7] https://www.icjpalestine.com/wp-content/uploads/2024/06/Sovereignty-over-Natural-Resources-Trees.pdf?utm_source=chatgpt.com

[8] https://www.middleeastmonitor.com/20251109-israeli-violations-during-the-olive-harvest-a-war-on-palestinian-land-and-identity

[9] Giurista ed ex magistrato italiano, professore emerito di filosofia del diritto presso il Dipartimento di Giurisprudenza dell’Università Roma Tre e allievo di Norberto Bobbio. Attualmente è il principale promotore e ideatore del progetto “Costituzione per la Terra”, un ambizioso disegno sovranazionale in attesa di essere sottoposto al vaglio dell’Assemblea Generale delle Nazioni Unite

[10] https://www.costituenteterra.it/introduzione-e-testo-della-costituzione-di-luigi-ferrajoli/

[11] https://www.ispionline.it/it/pubblicazione/definire-il-global-south-171891