Mattia Esposito
Nei giorni in cui Handala e Conscience – le imbarcazioni di Freedom Flotilla che la scorsa estate hanno tentato, come molte altre, di rompere l’assedio israeliano sulla Striscia di Gaza – sostavano nei porti di Gallipoli e Otranto in attesa di salpare, tra le persone accorse a salutare gli equipaggi è maturata una consapevolezza semplice e, allo stesso tempo, fortissima: ciò che stava per attraversare il Mediterraneo non era soltanto un gesto di solidarietà, ma il segno di una prossimità più profonda.
Salento e Palestina, pur nelle evidenti differenze di contesto, conoscono entrambe la pressione di logiche di dominio che tentano di recidere il legame organico tra una terra e la sua gente. E in entrambe le geografie, sono gli ulivi a farsi bersaglio di una violenza insieme materiale e simbolica.
Geosimbolo per eccellenza della mediterraneità – quello spazio mentale più che fisico in cui popoli diversi si riconoscono parte di una stessa trama – l’ulivo raccoglie in sé le anime, le pratiche e le memorie che si affacciano sul Mare Nostrum, cristallizzando una spiritualità arcaica che solo le culture della regione sanno ancora interpretare e tramandare. Più che un albero, è una figura del e nel tempo; è longevità ostinata, radicamento, continuità tra generazioni. Un modo di abitare il mondo fondato sull’intreccio indissolubile tra luogo, corpo e comunità.
Ed è proprio questa sua centralità simbolica, sociale e politica a trasformarlo in un presidio da abbattere per chi mira a negare il diritto alla terra. Ogni ulivo sradicato, bruciato o confiscato contiene un frammento di genealogia interrotta, una discendenza fatta di mani, di gesti e di stagioni. E porta con sé anche un tratto di futuro, perché è intorno all’ulivo che i popoli mediterranei modellano nel tempo i propri orizzonti.
Per i palestinesi, la raccolta delle olive – mawsim al-zaytoun – è un rito collettivo con cui rinnovare la promessa di unione con la casa ancestrale. Ogni anno, a settembre, le prime piogge inumidiscono gli alberi e il suolo, portando con sé le benedizioni (barakeh) per la stagione a venire – e in questi mesi si spera ne siano cadute più del solito. Intanto le famiglie riunite nei propri appezzamenti sistemano attrezzi e reti in vista di ottobre, quando il lavoro entra nel vivo.
Ma l’ulivo, oltre a incarnare la resilienza – sumud – del popolo palestinese, è anche un pilastro economico: secondo le Nazioni Unite, il 48% delle terre agricole in Cisgiordania e a Gaza è coltivato a ulivo; questi alberi generano il 70% della produzione nazionale di frutta e pesano per circa il 14% dell’intera economia. Colpirli significa dunque ferire non solo l’identità dei palestinesi, ma la loro stessa possibilità di abitare la terra in modo sostenibile.
Dal 1967 a oggi, le stime sugli sradicamenti di ulivi in Palestina oscillano tra le 800.000 e il milione di unità. Secondo Fayyad Fayyad, presidente del Consiglio Oleicolo Palestinese, tra il 2010 e il settembre 2025 sono stati distrutti oltre 250.000 alberi: una violenza crescente che, dopo il 7 ottobre 2023, ha conosciuto un’escalation di attacchi addirittura quadruplicata negli ultimi dodici mesi.
Accanto agli alberi, però, sono gli stessi agricoltori a essere esposti: centinaia non riescono a raggiungere le proprie terre nell’Area C definita da Oslo; e, quando vi arrivano, trovano ad attenderli il fuoco dei gruppi di coloni – gli Hilltop Youth fra tutti – determinati a forzare l’annessione totale della Cisgiordania. Un processo che a ottobre dell’anno appena trascorso ha ottenuto una prima approvazione dalla Knesset, proprio nel pieno delle trattative per il cessate il fuoco più disatteso di sempre, gettando l’esecutivo di Benjamin Netanyahu in un evidente imbarazzo diplomatico.
L’OCHA ha registrato come l’ultima stagione olivicola sia stata la più violenta dal 2006, contando più di 140 feriti. E mentre in West Bank la resistenza prova a tenere in vita un’economia già stremata, a Gaza gli ulivi sono diventati anch’essi vittime del genocidio: sopravvivono poco più di 200 ettari coltivabili, un’oasi fragile e insufficiente a sostenere ciò che resta della popolazione.
Questi dati non possono essere letti come semplici effetti collaterali di un contesto bellico: nella loro portata sistemica, svelano inevitabilmente l’orientamento intrapreso dalla sovranità contemporanea. Una sovranità che fa ampio uso di strumenti capaci di fondere la grammatica del colonialismo con le necropolitiche, in un intreccio di controllo, rimodellamento e pianificazione degli spazi che consente di esercitare ampio potere sulle biologie.
Non a caso Achille Mbembe indica nelle pratiche israeliane nei territori occupati l’esempio più nitido del funzionamento dell’autorità coloniale nella tarda modernità: lo spazio colonizzato diventa il riflesso del “potere di morte” esercitato dal dominatore, un laboratorio in cui si stabilisce chi può continuare a vivere e chi deve essere progressivamente svuotato. Espropriazioni, privazioni e dispositivi di controllo compongono un’architettura che restringe, distorce e disciplina il territorio. Violenza materiale e simbolica scorrono così parallele, trasformando la geografia in un ambiente sempre più inabitabile e incrinando i legami che permettono a una comunità di riconoscersi nel proprio luogo. Eyal Weizman parla, a tal proposito, di “politica della verticalità”, mostrando come l’occupazione non sia soltanto sottrazione, ma riorganizzazione disciplinata e rigida della forma stessa dello spazio.
Quest’idea di un territorio costantemente riscritto dall’esterno, pur assumendo altrove forme infinitamente più traumatiche, rende evidenti dinamiche analoghe di controllo e di dislocazione che operano, più silenziose ma comunque incisive, anche in contesti ritenuti non problematici. È in tale prospettiva che il Salento – dove sono nato, vivo e probabilmente morirò – sta subendo una trasformazione che riprogetta la terra senza tener conto di chi la abita, impedendo perfino la possibilità di negoziarne il senso. Una logica che non prende la forma dell’occupazione militare, ma quella di un esproprio simbolico e infrastrutturale; una riscrittura del paesaggio che nasconde la sua natura coercitiva sotto il linguaggio apparentemente neutro dello “sviluppo”. Del resto, anche qui è stata dichiarata una guerra agli ulivi.
Per realizzare la Trans Adriatic Pipeline – il gasdotto che dall’Azerbaijan approda sulla costa salentina – un intero tratto di macchia mediterranea è stato cancellato, mentre le proteste venivano silenziate tra processi, denunce e arresti. Oltre duemila gli ulivi ritenuti d’intralcio a questo progetto mastodontico, uno schiaffo alla coscienza ambientale del territorio. Tra reimpianti programmati e “messe in tutela”, restano comunque centinaia gli alberi definitivamente perduti, sradicati perché marchiati dalla Xylella.
La Puglia è la regione con la più ampia superficie olivetata d’Italia e detiene, da sola, il primato della produzione nazionale di olio d’oliva. Eppure, già nei primi anni Duemila affioravano i sintomi del disseccamento, esplosi dal 2014 soprattutto nel Salento occidentale.
Nella ricerca delle cause, l’attenzione è stata concentrata, appunto, sul batterio Xylella fastidiosa, organismo da quarantena percepito come minaccia per le altre colture. L’eradicazione è quindi divenuta il fulcro delle politiche istituzionali, sebbene in molti casi il batterio non fosse neppure rilevato nelle piante destinate allo sradicamento. Le discrepanze tra quanto indicava la ricerca – concause del disseccamento, incertezza diagnostica, pratiche alternative di cura – e quanto imposto dall’alto si sono tradotte in un vero e proprio piano di sterminio vegetale.
In questo vuoto programmato si sta lentamente dissolvendo l’economia locale a trazione familiare, da sempre estranea ai circuiti del mercato globale. La progressiva svalutazione fondiaria ha così favorito l’abbandono delle campagne e la svendita dei terreni, innescando una concentrazione della proprietà a beneficio di chi dispone del capitale necessario a riconfigurare superfici fragili in impianti superintensivi, calibrati sulla massimizzazione di produttività, competitività e profitto.
È una sensazione strana quella che mi investe quando percorro una strada di campagna: come se appartenenza e memoria tentassero un ultimo atto di resistenza contro l’assuefazione, rifiutando di lasciarsi addomesticare dall’abitudine che vorrebbe normalizzare le carcasse un tempo rigogliose, vuoti desolanti dove prima c’era vita. È un tentativo disperato di non cedere alla dissonanza cognitiva che trasforma questa terra in scenario patinato da vendere a chi arriva, mentre il suo cuore vero è già ridotto in cenere.
Ecco perché, in quelle giornate estive a Gallipoli e Otranto, il messaggio andava ben oltre la beneficenza. Era la voce di un’anima mediterranea in pericolo che parlava a un’altra, quella più martoriata. Un eccesso quasi prodigioso di mediterraneità: un riconoscersi nelle tragedie, nelle sfide, nelle forme di resistenza. Se l’ulivo incarna l’identità dei popoli del Mediterraneo, la loro tenacia, la loro continuità tra passato e futuro, allora quei giorni – le barche, le traversate, le spedizioni – sono stati la saldatura di due orizzonti. Non reinterpretavano il mare: lo restituivano al suo senso più profondo, lo rendevano davvero nostrum.
Non più spazio dominato dalla competizione economica, dalle infrastrutture estrattive, dagli ecomostri, dal passaggio di armi e capitali che alimentano la distruzione di intere comunità, ma ponte tra le genti. Specchio dei loro desideri di connessione e di dialogo. Non un luogo di sovranità verticali, ma imprescindibile minimo comune denominatore.
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