Michele Pieroni
Il rapporto tra la sinistra italiana e Israele non è mai stato una questione meramente diplomatica. Al contrario, ha funzionato per decenni come una lente ideologica attraverso cui leggere il mondo: la libertà dei popoli, il socialismo, l’imperialismo, il significato stesso dell’internazionalismo. A tratti fu entusiasmo, a tratti distanza critica, altre volte pura incomprensione. In ogni fase, però, fu anche uno specchio in cui la sinistra italiana vide riflessi i propri sogni e le proprie contraddizioni.
Nel 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele, molti ambienti progressisti italiani videro nel nuovo Stato una possibilità concreta di socialismo realizzato: cooperativo, egualitario, antiautoritario. I kibbutzim, le cooperative agricole, la militanza laica e la partecipazione femminile alla vita produttiva sembravano incarnare un modello alternativo, distante tanto dal capitalismo occidentale quanto dal centralismo sovietico. Il Partito Socialista Italiano, erede del riformismo di Nenni, fu tra i più entusiasti: «In Israele il socialismo ha assunto forma concreta, tangibile, quotidiana», scriveva “Avanti!” nel maggio 1950. Anche il PCI, sebbene più prudente, non espresse inizialmente opposizione: “l’Unità” parlava di una “giovane democrazia combattiva”.
Erano anni di esplorazione ideologica, in cui i riferimenti non erano ancora irrigiditi dalle logiche della Guerra Fredda. Delegazioni socialiste italiane si recavano in Israele, portando a casa articoli, report e impressioni che raccontavano di un socialismo praticato, vissuto, sperimentale.
Ma già nel 1956 qualcosa si incrinò. Due eventi, apparentemente lontani, modificarono la postura delle sinistre italiane nei confronti della politica internazionale: da un lato, la crisi di Suez, con l’attacco congiunto di Israele, Francia e Regno Unito contro l’Egitto di Nasser; dall’altro, la brutale repressione sovietica della rivoluzione ungherese. Fu un passaggio che segnò una profonda frattura tra il PSI e il PCI. Mentre quest’ultimo rimase fedele alla linea di Mosca, giustificando l’intervento a Budapest, il PSI cominciò a prendere le distanze, con difficoltà ma anche con lucidità. Per i socialisti, Israele rimaneva un punto di riferimento culturale e politico, ma cominciava a emergere la consapevolezza che quella esperienza non era più isolabile dalla geopolitica globale. Per i comunisti, invece, Israele iniziava a essere guardato con sospetto, come possibile strumento del blocco occidentale. Non fu ancora una rottura definitiva, ma fu l’inizio della fine di un’illusione condivisa.
La vera svolta arrivò nel 1967, con la Guerra dei Sei Giorni. In meno di una settimana, Israele annientò le forze arabe e occupò militarmente la Cisgiordania, Gerusalemme Est, Gaza, il Golan. L’immagine dello Stato socialista e solidale cedette il passo a quella — potente, e per molti scioccante — di un occupante armato. L’URSS ruppe le relazioni diplomatiche con Tel Aviv, e il PCI, seguendone la linea, parlò apertamente di “aggressione” e “svolta reazionaria”. La stampa comunista cambiò radicalmente registro. Se prima Israele era stato raccontato con curiosità e, in alcuni casi, ammirazione, ora divenne oggetto di denunce, analisi impietose, accuse di colonialismo. “Lotta Continua” e “Potere Operaio”, dalla galassia extraparlamentare, fecero della questione palestinese un vero e proprio totem politico. La kefiah entrò nell’immaginario giovanile; Arafat divenne simbolo di resistenza anti-imperialista; si moltiplicarono i comitati di solidarietà con l’OLP, gli incontri nelle università, le pubblicazioni militanti.
Il PSI cercò di mantenere una posizione di equilibrio, richiamandosi a una diplomazia del “riconoscimento reciproco”. Nenni, e più tardi Craxi, parlavano apertamente di “pace giusta” e della necessità di “due popoli, due Stati”. Ma il clima culturale e ideologico aveva già imboccato un’altra direzione. Il mito di Israele come laboratorio socialista era stato rimpiazzato da una narrazione binaria: da un lato l’imperialismo (israeliano e statunitense), dall’altro la resistenza dei popoli oppressi.
Negli anni Settanta, la frattura si stabilizzò. Il PCI, sotto la guida di Enrico Berlinguer, mantenne una posizione ufficialmente equilibrata: «Sicurezza per Israele e giustizia per i palestinesi: non si può avere l’una senza l’altra», affermò al congresso del 1979. Ma nel dibattito pubblico, soprattutto tra gli intellettuali, Israele veniva ormai spesso associato a un’ideologia di dominio. “Il Manifesto” lo descriveva come “Stato coloniale”; i movimenti studenteschi rilanciavano un’analisi sempre più polarizzata. La guerra del Libano del 1982 e i massacri di Sabra e Shatila alimentarono ulteriormente una percezione negativa, quasi irreversibile. Craxi, da Presidente del Consiglio, tentò una via mediterranea alla diplomazia: mantenne rapporti con Israele, ma si fece anche interprete delle ragioni palestinesi, rivendicando autonomia nei confronti di Washington. L’episodio di Sigonella del 1985 ne fu il simbolo: “L’Italia non è una colonia americana né un protettorato mediorientale”, dichiarò, dopo aver rifiutato di consegnare agli Stati Uniti i dirottatori della “Achille Lauro”.
Era l’ultimo lampo di una stagione che stava per chiudersi.
Con la caduta del Muro di Berlino nel 1989 e la dissoluzione dell’URSS, si esaurì l’impianto ideologico che aveva retto le posizioni internazionali della sinistra per oltre quarant’anni. Il PCI divenne PDS, rinunciando al linguaggio dei blocchi e abbracciando una postura più pragmatica, europea, multilaterale. La questione israelo-palestinese, seppur ancora presente, perse il carattere identitario che aveva avuto. Occhetto parlò della necessità di superare “la visione ideologica del Medio Oriente”; D’Alema sostenne il processo di pace di Oslo con toni misurati, da politico più che da militante.
Il lungo viaggio della sinistra italiana da Tel Aviv a Ramallah non racconta solo una posizione sulla geopolitica del Medio Oriente: racconta la storia di una trasformazione più profonda. Israele fu, a tratti, un’utopia; poi, un oggetto di scontro ideologico; infine, un interlocutore. La sinistra italiana, nel passaggio, ha dovuto misurarsi con i propri limiti, con le proprie illusioni, con le proprie lenti deformanti.
Per chi oggi guarda a quella storia con la doppia consapevolezza dello storico e del militante — o, se si vuole, dell’ex militante — resta forse un interrogativo non risolto: quanto ci siamo lasciati guidare dall’ideologia, e quanto invece abbiamo provato davvero a capire la realtà?
A distanza di decenni, quando tutto sembra cambiato ma certi riflessi riemergono identici, forse ha ancora senso porsi la domanda. Forse, allora, quel viaggio non è ancora davvero finito. Racconta, piuttosto, la maturazione di un pensiero politico costretto a fare i conti con la realtà, dopo decenni di miti e di proiezioni. Israele fu, a tratti, un’utopia socialista; poi un simbolo negativo, quasi un tabù; infine, un interlocutore tra gli altri, dentro un mondo che non si lasciava più leggere in bianco e nero.
Eppure, quella vicenda lascia un’eredità ambivalente. L’istinto di parte, la tentazione di schierarsi senza sfumature, riemerge ogni volta che il conflitto israelo-palestinese torna a incendiare le coscienze. Come se la storia, più che aiutarci a comprendere, avesse congelato i riflessi di un tempo.
Oggi, forse più che mai, servirebbe invece una sinistra capace di tenere insieme due verità difficili: quella della condanna di ogni occupazione, di ogni sopraffazione, e quella del rifiuto netto del terrorismo, di ogni fanatismo che nega la vita e la dignità dell’altro.
Ma proprio per combattere davvero i soprusi e le politiche ingiuste del governo Netanyahu — e dei suoi ministri estremisti Ben Gvir e Smotrich — e non per indulgere in un riflesso ideologico, occorre essere più attenti, più capaci, meno superficiali. Solo chi rifiuta la semplificazione può smascherare fino in fondo la violenza e il potere.
Capire non significa giustificare; criticare non significa negare il diritto di esistere. È in questo equilibrio fragile — e necessario — che si misura la maturità politica di un campo progressista che voglia davvero parlare di pace, e non soltanto di alleanze o di colpe.
Forse, dopo tanti decenni di passioni e di illusioni, la sfida è proprio questa: tornare a guardare nel tentativo di percepire quanta più complessità possibile, prima ancora che a giudicarla, scadendo nella più banale delle polarizzazioni.
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