IL DRAMMA IGNORATO DEL SUDAN

Uno specchio che non ci fa riflettere

Michele Pieroni

Ci sono Paesi che sembrano nati per ricordarci cosa accade quando il mondo sceglie di guardare altrove. Il Sudan è uno di questi: un territorio vasto come l’Europa occidentale, dove la guerra è diventata un modo di respirare. Un Paese dove la fame, la sabbia e le armi si confondono, e dove il silenzio del mondo pesa più delle bombe.

Ben prima che gli imperi europei si scontrassero a Fashoda, il Sudan era già teatro di una lunga contesa. Nel XIX secolo, quando l’Egitto ottomano cercava di estendere il proprio dominio verso il Sud, il Paese era attraversato da rivolte e visioni religiose. Nel 1881 nacque il movimento Mahdista, guidato da Muhammad Ahmad al-Mahdi, che unì tribù e contadini in una guerra contro il dominio egiziano e britannico. Per pochi anni il Sudan fu una nazione sotto la sua guida, prima di essere sconfitto nella battaglia di Omdurman (1898) dalle truppe anglo-egiziane comandate da Kitchener. Nel 1898, nel piccolo avamposto di Fashoda sul Nilo Bianco, si giocarono le sorti del Paese: la Francia cercava un collegamento est-ovest delle sue colonie, la Gran Bretagna voleva il corridoio dal Cairo a Città del Capo. Non si sparò, ma si decise un destino: il Sudan sarebbe finito sotto l’orbita britannica. Nel 1899 nacque così il protettorato anglo-egiziano. “Congiunto” solo di nome: il potere vero lo esercitavano i britannici. Separarono il Nord arabo-islamico dal Sud cristiano e animista, creando divisioni amministrative e culturali che avrebbero alimentato conflitti per decenni.

Ci sono Paesi che sembrano nati per ricordarci cosa accade quando il mondo sceglie di guardare altrove. Il Sudan è uno di questi: un territorio vasto come l’Europa occidentale, dove la guerra è diventata un modo di respirare. Un Paese dove la fame, la sabbia e le armi si confondono, e dove il silenzio del mondo pesa più delle bombe. Ben prima che gli imperi europei si scontrassero a Fashoda, il Sudan era già teatro di una lunga contesa. Nel XIX secolo, quando l’Egitto ottomano cercava di estendere il proprio dominio verso il Sud, il Paese era attraversato da rivolte e visioni religiose. Nel 1881 nacque il movimento Mahdista, guidato da Muhammad Ahmad al-Mahdi, che unì tribù e contadini in una guerra contro il dominio egiziano e britannico. Per pochi anni il Sudan fu una nazione sotto la sua guida, prima di essere sconfitto nella battaglia di Omdurman (1898) dalle truppe anglo-egiziane comandate da Kitchener. Nel 1898, nel piccolo avamposto di Fashoda sul Nilo Bianco, si giocarono le sorti del Paese: la Francia cercava un collegamento est-ovest delle sue colonie, la Gran Bretagna voleva il corridoio dal Cairo a Città del Capo. Non si sparò, ma si decise un destino: il Sudan sarebbe finito sotto l’orbita britannica. Nel 1899 nacque così il protettorato anglo-egiziano. “Congiunto” solo di nome: il potere vero lo esercitavano i britannici. Separarono il Nord arabo-islamico dal Sud cristiano e animista, creando divisioni amministrative e culturali che avrebbero alimentato conflitti per decenni. Quando il Sudan conquistò l’indipendenza nel 1956, ereditò non una nazione ma una frattura. Le élite di Khartoum, perlopiù arabe e musulmane, concentrarono su di sé potere e risorse, mentre il Sud restava in ombra. Da qui nacquero i primi conflitti: il movimento Anyanya negli anni Sessanta, la prima guerra civile; nel 1983 una nuova ondata di guerra, la comparsa di John Garang e dello SPLA/M, e infine l’accordo del 2005 che aprì la strada al referendum che portò alla nascita del Sud Sudan nel 2011. Ma la pace non arrivò: cambiarono i confini, non le ferite. Nel 2019, dopo trent’anni di potere assoluto, la popolazione sudanese rovesciò Omar al-Bashir. Le piazze si riempirono di giovani, donne, insegnanti, medici. Sembrava l’inizio di una stagione diversa. Ma il processo democratico crollò già nel 2021 con il colpo di stato che portò al potere Burhan e Hemmeti, uno come presidente e l’altro come vice, fino allo scoppio della guerra aperta tra le stesse forze nell’aprile 2023.[1] Dietro i fronti si nascondono l’oro del Darfur, le rotte verso il Mar Rosso, i traffici d’armi e una crisi climatica che trasforma l’acqua in motivo di contesa. Non è solo una lotta per il potere: è una lotta per sopravvivere. Il Sudan brucia, e il mondo guarda. Negli ultimi mesi, i confini della guerra sembrano aver perso senso: non sono più solo linee disegnate su una mappa, ma quartieri, campi profughi, case di civili. Dalle rovine di El  Fasher, capitale del Darfur settentrionale, emergono immagini satellitari che mostrano vaste zone bruciate e corpi abbandonati nelle strade. Secondo Euronews, le foto rivelano un assedio durato mesi preceduto da esecuzioni di massa, mentre video virali sui social documentano combattenti delle RSF vantarsi delle loro azioni.[2] Il rapporto dell’ONU Fact‑Finding Mission descrive gli attacchi come deliberati e sistematici: uccisioni extragiudiziali, detenzioni arbitrarie, torture, stupri, rapimenti, e distruzione di infrastrutture vitali come ospedali, mercati e accampamenti di sfollati. Queste operazioni mirano non solo a conquistare spazio, ma a terrorizzare intere comunità, spesso in base all’etnia.[3] Secondo Human Rights Watch, un’analisi di numerosi video geolocalizzati mostra miliziani RSF sparare a civili feriti, eseguire uomini a terra e deridere sopravvissuti, in quello che appare come un vero e proprio massacro.[4] In parallelo, l’Ufficio dell’Alto Commissario per i Diritti Umani dell’ONU registra migliaia di morti civili nei primi sei mesi del 2025 (oltre il 70% dei decessi registrati tra gennaio e giugno in Darfur), molti dei quali attribuibili ad attacchi indiscriminati con artiglieria, droni e bombardamenti su aree densamente popolate.[5] Queste immagini non sono solo testimonianze: sono denuncia. Sono la prova che, nel Sudan di oggi, le armi non sono l’unico male. C’è anche lo sguardo che uccide, la paura che controlla il corpo, il massacro che si ripete come una cicatrice sulla pelle di un intero popolo. Il Sudan è un nodo nel cuore del mondo. A nord, l’Egitto teme per il Nilo e per la propria sicurezza, e per questo ha legato parte del suo sostegno alla SAF, così come la Turchia e l’Iran più per ragioni che potrebbero ricondursi all’equilibrio di potenza nella regione e alla stabilità della regione.[6] Gli Emirati Arabi Uniti hanno investito apertamente nelle RSF, puntando a garantire accesso alle miniere d’oro e alle rotte commerciali.[7] L’Arabia Saudita si è mossa in equilibrio: storicamente vicina all’Egitto, ha sostenuto Khartoum senza chiudere i canali con Abu Dhabi per non indebolire la sua influenza sul Mar Rosso. La Russia ha cercato di consolidare la propria presenza tramite Wagner, puntando a una base navale a Port[8]; la Cina difende con pragmatismo i progetti della “Nuova Via della Seta”.[9] E dentro questo intrico si inserisce anche la partita tra Kiev e Mosca: è stata documentata la presenza di forze speciali ucraine a fianco delle SAF contro combattenti russi e miliziani legati a Wagner, interessati a garantire oro e influenza regionale.[10] Nel frattempo, l’Etiopia sente l’onda d’urto: le guerre nel Tigray e le pressioni sulle regioni occidentali aumentano i flussi di rifugiati e armi, rendendo il Corridoio del Nilo Azzurro e l’intera regione del Corno d’Africa sempre più instabilità.[11]E poi c’è l’Occidente, che in Sudan ha mostrato tutti i propri limiti. La Francia, già presente nel Sahel con la sua “Françafrique”, ha perso influenza; la Gran Bretagna si rifugia in appelli al “dialogo inclusivo” mentre sorvola sulle responsabilità storiche; gli Stati Uniti mantengono una distanza prudente; Israele osserva, interessato alla sicurezza del Mar Rosso. Ognuno ha una posta in gioco, ma nessuno un progetto di pace credibile. In questo vuoto si inserisce anche un capitolo che spesso sfugge: il Khartoum Process, finanziato da molti Paesi europei, Italia inclusa, per contenere le rotte migratorie dalla Libia. Fondi che, nelle intenzioni, dovevano rafforzare il controllo dei confini, ma che nella realtà hanno consolidato soprattutto le RSF, allora già braccio armato del regime di Bashir, aumentando il potere di quelle stesse milizie che oggi devastano il Paese.[12] L’Occidente si comporta come un chirurgo che incide e poi non ricuce. Nel vuoto si infilano gli altri attori: Emirati Arabi Uniti, compagnie militari private come la Wagner o addirittura mercenari colombiani[13], milizie locali, reti di traffico poco ortodosse e di conseguenza mafie e affini. Il risultato è un aggravamento della crisi che ricade sui civili. Oggi, nel Sudan, la comunità internazionale è un fantasma. Le missioni ONU sono state ridotte, molte ambasciate chiuse, la diplomazia procede a singhiozzo. Non c’è una forza di pace con mandato chiaro, né una volontà politica reale di proteggere i civili su scala adeguata. È la fotografia dei limiti dell’Occidente: indignazione internazionale seguita da azione limitata. Si dichiarano preoccupazioni, si lanciano sanzioni, si tengono conferenze, ma mancano corridoi umanitari protetti, interventi di protezione effettiva e piani di ricostruzione sostenuti. Una missione multilaterale non deve essere un ritorno al colonialismo, ma una presenza civile e protettiva, con compiti concreti: garantire corridoi umanitari, proteggere ospedali e scuole, ostacolare le violenze sessuali e il saccheggio, creare lo spazio politico per una transizione reale. Oggi questo spazio non esiste. Eppure, in mezzo a questo silenzio, c’è chi resiste. Le donne organizzano reti di solidarietà, i giovani documentano le violenze, i medici curano negli scantinati, gli insegnanti aprono scuole di fortuna. Le cosiddette Emergency Response Rooms, nate nei quartieri e nei rifugi, distribuiscono kit sanitari, offrono supporto psicologico e portano avanti attività educative: sono una rete vitale di mutuo aiuto nei contesti urbani e nei campi rifugiati.[14] Allo stesso modo, molti comitati di resistenza civili, eredi delle mobilitazioni del 2019, continuano a coordinare aiuti, documentare abusi e chiedere responsabilità. Queste persone non cercano la gloria. Non sono eroi da parata. Lavorano nel buio perché ogni mano che cura, che educa, che salva una vita è una dichiarazione di guerra all’indifferenza. Il Sudan non è una tragedia lontana. È uno specchio. Ci mostra cosa succede quando la pace diventa un concetto astratto, una parola da convegno. Ci ricorda che la storia non perdona le omissioni. Oggi il mondo ha bisogno di meno commozione e più coraggio. Di una politica estera che non si limiti a “condannare” ma che protegga. Perché se la pace non è azione, allora è solo un’altra forma di silenzio. Il Sudan brucia, e il mondo guarda. Ma ogni giorno in cui non si interviene, non è solo il Sudan a morire: è l’idea stessa di un’umanità che si dice civile. Mai più non dovrebbe essere una frase da anniversario. Deve essere una politica. E se oggi non sappiamo dirlo con le armi della pace, allora è il mondo intero che sta perdendo questa guerra.

 

[1] https://www.nytimes.com/live/2021/10/25/world/sudan-coup

[2]https://it.euronews.com/2025/10/29/sudan-le-rsf-conquistano-el-fasher-nel-darfur-le-immagini-mostrano-i-massacri-di-massa-di-

[3]https://www.ohchr.org/en/press-releases/2025/06/sudan-war-intensifying-devastating-consequences-civilians-un-fact-finding

[4] https://www.hrw.org/news/2025/10/29/sudan-mass-atrocities-in-captured-darfur-city?

[5]https://sudan.un.org/en/301876-sudan-crisis-deepens-amid-rising-civilian-casualties-growing-ethnic-violence-and-grim

[6]https://www.ispionline.it/en/publication/sudan-and-beyond-how-el-fashers-fall-could-worsen-regional-fragmentation-222722

[7] https://www.middleeasteye.net/explainers/why-uae-involved-sudans-bloody-civil-war

[8] sudanhttps://pdfs.semanticscholar.org/f8ed/a50195b9a2fe9446124b5c1371e8d01194f6.pdf

[9] https://saiia.org.za/research/the-chinese-stance-on-the-darfur-conflict/

[10] https://www.bellingcat.com/news/2023/10/07/examining-videos-of-suspected-ukrainian-riflemen-in-sudan/

[11]https://www.chathamhouse.org/2024/04/securitizing-ethiopia-sudan-border-how-cross-border-conflict-shaping-trade-and-control-land

[12]  https://www.khartoumprocess.net/

[13] https://www.theguardian.com/world/2025/oct/08/colombian-mercenaries-sudan-war

[14] https://lccsudan.org/;https://rightlivelihood.org/the-change-makers/find-a-laureate/emergency-response-rooms/