Una petizione di circa 20.000 firme e una raccolta fondi, un appello di docenti, ricercatori e ricercatrici universitari/e con 446 partecipazioni nel momento in cui sto scrivendo. Manifestazioni di solidarietà partite da Torino e poi sparse in tutta Italia raggiungendo l’Europa, presidi, sit-in. La presa di parola del Monsignore Derio Olivero, vescovo di Pinerolo, del Consiglio della Federazione delle Chiese Evangeliche, della Rete del dialogo cristiano islamico di Torino, della Chiesa Valdese, di Amnesty International Italia, di membri della Sumud Flottilla e della stessa Francesca Albanese. L’interesse di testate giornalistiche nazionali e internazionali, tra le quali Middle East Eye e Al Jazeera, nonché di movimenti sparsi in tutto il mondo, non ultimi quelli a Parigi, Londra, Argentina e nella striscia di Gaza. Difficilmente il Ministero dell’Interno, nel momento in cui ha emesso il decreto di espulsione e disposto il trattenimento di Mohamed Shahin, imam della moschea di via Saluzzo, a Torino, poteva immaginare una risposta simile.
Nella città piemontese infatti, come reazione agli attacchi di Israele verso la Striscia di Gaza e la Cisgiordania, ormai da 2 anni i movimenti che già si occupavano di Palestina sono convogliati insieme a molte altre realtà cittadine e ai numerosissimi volti nuovi che hanno preso posizione condannando il genocidio in diretta sui nostri schermi. Il movimento, chiamato Torino x Gaza, rappresenta quella fetta assai nutrita della società civile che ha voluto conoscersi e riconoscersi, rispondere coordinandosi e dialogando tra le diverse componenti sociali. Student*, docenti, sanitar*, psicolog*, sindacati, semplici cittadini che hanno deciso di dare vita a un coordinamento a partire dalla manifestazione del 2 dicembre 2023. Tra queste persone, un contributo fondamentale arrivava e arriva dalle moschee torinesi e dai numerosissimi fedeli musulmani che hanno confluito nel coordinamento. Mohamed Mahmoud Ebrahim Shahin, imam della moschea Al Omar Ibn Al Khattab di Torino, è residente in Italia da oltre vent’anni, da quando ha deciso di emigrare dall’Egitto, suo Paese di origine nel quale aveva partecipato alle proteste contro il governo. Shahin è stato, fino a due settimane fa, titolare di un permesso di soggiorno di lungo periodo, il quale, precisiamo, è rilasciato soltanto a cittadini stranieri residenti e lavoratori, quindi contribuenti, in Italia da molto tempo. Si è da sempre distinto per l’impegno nel dialogo inter-religioso, ancor più nel quartiere in cui si trova la moschea di via Saluzzo, San Salvario, simbolo da sempre di multiculturalità. Quest’ultima è infatti diventata un luogo accessibile e di confronto, ospitando iniziative aperte anche ai non-musulmani. Tra le molte attività di cui è stato promotore, la traduzione della Costituzione italiana in arabo e la sua distribuzione gratuita. Negli ultimi anni, l’imam aveva partecipato in prima persona alle manifestazioni in sostegno al popolo palestinese, prendendo parola e portando il suo contributo all’organizzazione delle iniziative. È in questo clima, dunque, che la mattina del 24 novembre, Mohamed Shahin è stato fermato dalle forze dell’ordine poco dopo aver accompagnato a scuola i figli minorenni. Brahim Baya, portavoce della moschea Taiba di Torino e dell’Associazione Islamica delle Alpi, in una diretta Instagram, ha ricostruito gli eventi affermando che, una volta condotto in Questura dagli agenti, Shahin ha visto revocato il suo permesso di soggiorno di lunga durata. In quest’occasione, gli è inoltre stato notificato un decreto di espulsione dall’Italia ed è stato accompagnato in Tribunale, dove il giudice ha convalidato l’iter con decreto del Ministero dell’Interno e dove è stato raggiunto dal suo legale, l’avvocato Gianluca Vitale, il quale ha formalizzato una richiesta di protezione internazionale. Si ritiene, infatti, che rientrare in Egitto possa configurare seri rischi di incolumità per Shahin, essendosi espresso a più riprese contrario al regime di Al Sisi. Da questo momento, ha affermato Baya, non si sono più avute notizie dell’imam e persino la famiglia e gli avvocati si sono trovati all’oscuro a proposito di dove si trovasse. Durante la conferenza stampa organizzata il 25 novembre, alla quale insieme ai movimenti sociali di solidarietà ha partecipato il pool di legali che segue il caso, le notizie di Shahin erano ancora inesistenti, fino a quando non è arrivata la comunicazione della sua presenza nel cpr (Centro di Permanenza per i Rimpatri) di Caltanissetta, in Sicilia. Sulla decisione di “deportare”, come molti hanno definito questa scelta profondamente politica, Shahin nel cpr all’altro capo della penisola, anziché in quello di Torino (città dove sono presenti i familiari e i difensori), le considerazioni da fare sono molteplici. Innanzitutto, la strategia è evidentemente quella di allontanare la persona oggetto della misura repressiva dagli occhi delle persone a lui più vicine, dalle reti sociali in cui Shahin si era così ben inserito nei 20 anni di residenza in Italia. In merito al cpr che è preso qua in considerazione, inoltre, la Rete Siciliana contro il Confinamento si è già espressa a più riprese a proposito dei gravi episodi verificatisi in questa sede, trasmettendo testimonianze raccolte che riportano atti di autolesionismo, tentativi di suicidio e scioperi della fame a causa delle condizioni in cui i reclusi si trovano a vivere quotidianamente. La gravità è accentuata dal fatto che il sistema di reclusione nei cpr vede in tutta Italia (e, come si vorrebbe, adesso anche in Albania) una sospensione dei diritti della persona, un’assenza di prospettive data dalla durata indefinita della detenzione e circostanze che inducono condizioni psicofisiche gravissime alla maggior parte delle persone recluse. Motivazioni che spingono, quest’ultime, a gesti estremi (la vicenda di Moussa Balde, il 23enne morto suicida nel cpr di Torino nel 2021 è infatti solo una delle tragedie che sono arrivate ai nostri occhi, consumatesi in questi luoghi di detenzione).
Tornando alla vicenda, il decreto di espulsione emesso dal Ministero dell’Interno italiano e notificato a Shahin è stato giustificato “per motivi di ordine pubblico e di sicurezza per lo stato”, ai sensi dell’articolo 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione. Quest’ultimo, infatti, prevede la possibilità di espellere cittadini stranieri nell’eventualità che questi presentino un profilo di pericolosità sociale o costituiscano una minaccia per la sicurezza nazionale. Shahin è quindi accusato di essere “pericoloso”, ma i motivi che ne validano la volontà di espulsione sono generici e non precisati. Si parla di un “percorso di radicalizzazione religiosa”, di “una ideologia fondamentalista di chiara matrice antisemita” e del suo ruolo di rilievo “in ambienti dell’islam radicale”. Come però hanno già messo in luce prima di me il giurista Livio Pepino e la giornalista Annalisa Camilli su Internazionale, di ciò non è fornito alcun serio riscontro. In prima battuta, perché il provvedimento contesta a Shahin di avere incontrato due persone successivamente coinvolte in percorsi di radicalizzazione, sebbene questi incontri siano avvenuti ben prima della suddetta “estremizzazione” dei due (ossia rispettivamente nel 2012 e nel 2018) ed esclusivamente nella veste di leader religioso della propria comunità. Nessun coinvolgimento, infatti, ha visto incrociare le strade dei due radicalizzati (Gabriele Ibrahim Delnev e Elmahdi Halili) con le attività dell’imam, ma questi contatti sporadici sono stati ritenuti sufficienti dal ministero per decretarne l’espulsione. In seconda battuta, viene contestato che l’imam abbia partecipato a un blocco stradale durante una manifestazione a sostegno della Palestina, in un clima nazionale di crescente criminalizzazione delle proteste, e di aver affermato, durante una protesta, che “quanto successo il 7 ottobre” in Israele è un atto “di resistenza”. Peccato che, dopo la protesta pro-Palestina del 9 ottobre nella quale l’imam si era così espresso, la procura aveva già archiviato l’indagine dal momento che i pm non avevano trovato elementi sufficienti a ipotizzare una violazione del codice penale, e quindi gli estremi di reato, né un’istigazione a delinquere. Eppure, la deputata Augusta Montaruli, Fratelli d’Italia, ha chiesto e ottenuto l’espulsione partendo da queste frasi, già archiviate lo scorso 16 ottobre con il fascicolo originato da una segnalazione della Digos. Sulla base di ciò, il deputato di AVS Marco Grimaldi ha accusato alla Camera il Ministro dell’Interno Piantedosi di aver citato un procedimento mai esistito per espellere Shahin e di “aver mentito” o di “non aver fatto istruttoria”. Da un punto di vista giudiziario, dunque, la Procura di Torino non aveva riconosciuto nessun pericolo in questa persona, dal momento che sul fascicolo di archiviazione del caso veniva scritto a chiare lettere che la frase pronunciata da Shahin rappresentava un’ “espressione di pensiero che non integra estremi di reato”. Dall’altra parte, però, il potere esecutivo, nella persona del Ministro dell’Interno (in questa circostanza) ha deciso di far raggiungere questa persona da un decreto di espulsione. È per questi motivi che la giornalista Annalisa Camilli afferma che quanto avvenuto “è abbastanza emblematico dei tempi in cui viviamo, in cui l’autorità politica ed esecutiva decide in base ad una discrezionalità assoluta della pericolosità di una persona non tenendo conto della pregressa pronuncia dell’autorità giudiziaria”, configurandosi come “un grave attacco dell’articolo 21 della Costituzione che prevede la libertà di espressione nel nostro Paese”. Come afferma l’associazione A Buon Diritto, che dal 2001 si occupa di portare assistenza qualificata nei casi di diritti negati e discriminazioni, nella vicenda di cui ci interessiamo a preoccupare è “l’utilizzo dello strumento del decreto d’espulsione e del trattenimento in cpr, una procedura amministrativa che non prevede le garanzie di difesa del procedimento penale. L’applicazione di tale misura altamente restrittiva si basa peraltro su un sospetto riguardante una condotta che non configura una fattispecie penalmente rilevante e su alcune dichiarazioni poi rettificate”.
La Corte d’Appello ha confermato la permanenza nel cpr e la commissione territoriale siciliana ha rigettato la domanda di protezione internazionale, sebbene Shahin stesso abbia dichiarato che l’Egitto rappresenta al momento un Paese in cui l’uomo non potrebbe tornare in sicurezza (del resto la storia di Giulio Regeni e Patrick Zaki qualcosa avrebbe dovuto insegnarci…). In data 4 dicembre, i legali di Shahin hanno affermato di adoperarsi per portare avanti un ricorso in Cassazione per la limitazione della libertà personale (trattenimento in cpr), un ricorso al Tribunale di Caltanissetta contro il rigetto della domanda di protezione internazionale, un altro al Tar del Lazio per la sospensione urgente della richiesta di espulsione, insieme a un’istanza di riesame presso la Corte d’Appello di Torino per il fascicolo in merito al blocco stradale e per quanto emerso sull’archiviazione delle dichiarazioni del 9 ottobre. L’appuntamento rimane al 14 gennaio 2026, data dell’udienza fissata in merito alla carta di soggiorno, come ultimo passaggio di una serie di azioni alle quali i legali si stanno già dedicando. Rimane altresì necessario chiarire che, se la procedura di espulsione dovesse essere confermata, tutti i ricorsi decadrebbero in quanto di valenza inferiore a tale provvedimento. E così, già dal giorno successivo al trattenimento, a Torino è stato organizzato un raduno per condannare quanto accaduto e chiedere la liberazione di Shahin nel clima di collaborazione e solidarietà che la rete sociale cittadina ha attivato già da 2 anni a questa parte e che vede la partecipazione diretta di numerose frange della società civile. Al presidio in questione, inoltre, hanno presenziato anche esponenti del Movimento 5 Stelle, di Alleanza Verdi Sinistra e del Partito Democratico. Da questo momento in poi, la solidarietà è diventata un’onda che è arrivata da una molteplicità di attori e movimenti sociali: Torino, Milano, Venezia, Palermo, Caltanissetta, Cagliari, Pavia, Bologna, Ferrara, Genova e Firenze sono solo alcune delle città nelle quali sono state organizzate iniziative per esprimere solidarietà all’imam, mentre il coordinamento di Torino x Gaza continua a lavorare a stretto contatto con l’Associazione dei Palestinesi d’Italia, la rete di Giovani Palestinesi e il Global Movement to Gaza. Il 25 novembre, nella Giornata contro la violenza sulle donne, il corteo di Non Una Di Meno a Torino ha preso posizione nei confronti dell’imam, scandendo lo slogan “free Shahin, nobody deported for supporting Palestine”. Il 26 novembre è stato organizzato un evento di “Presa di Parola per Shahin” nella moschea in cui l’imam professava il suo credo e guidava la comunità, al quale la partecipazione è stata massiccia e commovente. Una fiaccolata ha sfilato per le strade di Torino il 27 novembre e il 29 novembre, in occasione della Giornata internazionale in solidarietà al popolo palestinese, lo striscione “libertà per Shahin” capeggiava il numeroso corteo a Milano. E poi, il 15 dicembre, la notizia, che scoppia fragorosa: Mohamed Shahin è libero, può tornare a Torino. Lui e i suoi avvocati hanno vinto il ricorso contro il trattenimento, la Corte d’Appello ha accolto le argomentazioni dei legali e ha disposto l’immediata uscita dal cpr. L’imam è libero come richiedente asilo. Come afferma su Instagram il coordinamento creatosi intorno al suo caso, la Corte ha potuto finalmente valutare in sede processuale e il procedimento penale richiamato nel decreto ministeriale di espulsione è stato archiviato. Come abbiamo già detto: le dichiarazioni dell’imam non integrano gli estremi di reato. La condotta dell’imputato non si è mai connotata come violenta e il suo impegno sociale nella collettività è stato riconosciuto a più riprese. Si dichiara che non è possibile in alcun caso fondare alcuna valutazione di pericolosità sociale nei suoi confronti e non sussistono elementi che possono far parlare di rischio per la sicurezza per lo Stato o per l’ordine pubblico. Non esiste niente di simile ai cosiddetti atti secretati che alcuni politici adducevano in dibattiti televisivi senza contraddittori, ma piuttosto in campo era il semplice segreto investigativo, che però non ha portato alla luce nessun nuovo elemento rispetto a quanto già archiviato in precedenza. Il coordinamento ringrazia tutte le persone che si sono espresse sulla questione portando il proprio contributo in solidarietà a Shahin “per difendere la libertà di espressione e i diritti fondamentali di un uomo ingiustamente recluso – tanto più in un cpr che è ingiusto per sua natura – in un Paese che si definisce democratico”. Ma ci mette allo stesso tempo bene in guardia: “Oggi ha vinto la solidarietà […] Ha vinto la verità. Ma questa è solo una prima vittoria. Il procedimento di espulsione è ancora formalmente in vigore ed è oggetto di ulteriori ricorsi legali che dovremo affrontare. Per questo oggi festeggiamo, ma non abbassiamo la guardia”. Ancora una volta, Brahim Baya prende parola sul tema: “Il Tribunale ha messo nero su bianco ciò che diciamo da settimane: non c’era alcuna pericolosità, nessuna giustificazione per privarlo della libertà […] Il trattenimento nel cpr è stato dichiarato illegittimo. Questa è una vittoria giuridica, ma prima ancora è una vittoria umana. Una vittoria della solidarietà, della mobilitazione, della coscienza collettiva.” L’attenzione sulla vicenda, però, deve rimanere salda, ancor più dopo questi sviluppi. Nel mentre, Piantedosi fa ricorso in Cassazione per la decisione del Tribunale di Torino di accettare il ricorso contro il trattenimento in cpr e contro la decisione del Tribunale di Caltanissetta di accettare il ricorso per la sospensiva, che di fatto permette di stare in Italia legalmente durante l’attesa dell’udienza del ricorso per la domanda di asilo. Ma la risposta è chiara: il tribunale di Caltanissetta rigetta l’appello del Ministero. Dunque, anche se il Tar Lazio, sotto pressione del governo, aveva accolto l’appello del ministro per l’espulsione, il Tribunale di Caltanissetta conferma che Shahin non può essere espulso in quanto richiedente asilo e in attesa di ricorso per la domanda di asilo con sospensiva. La prossima udienza si svolgerà il 9 gennaio. Una volta ricostruite le vicende degli scorsi giorni e ancora adesso in evoluzione, quello che rimane da fare è una considerazione più ampia su quello che è il clima politico nazionale attuale e dove si colloca l’Italia, con questo episodio. Non è opinione personale, ma piuttosto il frutto di numerosi lavori di giuristi, la considerazione che i recenti Decreti Sicurezza (e, in ultima battuta, il decreto-legge 11 aprile 2025, n. 48, convertito nella legge 9 giugno 2025, n. 80) abbiano sempre più offerto una rilettura del diritto come orientato alla neutralizzazione del conflitto sociale e alla criminalizzazione di condotte di protesta collettiva. Attraverso questi strumenti, che nel caso del suddetto decreto configura ben 11 nuovi reati e 11 nuove circostanze aggravanti, il tema rimane quello della sicurezza come retorica cardine dell’azione del governo. Per giustificare il procedimento di espulsione emesso contro Shahin, come abbiamo detto, sono stati utilizzati fatti la cui inconsistenza “rappresenta un caso allarmante di strumentalizzazione del diritto in chiave repressiva e di repressione del dissenso pacifico per mezzo della normativa in materia di sicurezza nazionale”, afferma l’associazione A Buon Diritto. Siamo così di fronte a un precedente estremamente preoccupante, quale l’utilizzo di strumenti amministrativi per colpire l’esercizio della libertà di opinione. Perché questa rimane la domanda cardine della vicenda: ci troviamo davanti a una misura di sicurezza, così come prevedrebbe il suddetto art. 13, comma 1, del Testo unico sull’immigrazione? O piuttosto a una misura punitiva? Il sistema stesso dei cpr mostra un disegno più ampio in cui nessuna vicenda giudiziaria è isolata, ma è, piuttosto, tassello di un sistema penale e amministrativo che punisce e respinge. Una “giustizia”, scrive MeltingPot, che agisce per esclusione, non per inclusione. Nato come misura eccezionale e temporanea, il cpr, e il trattenimento della persona migrante al suo interno al fine del respingimento, si è trasformato in quello che è stato definito un dispositivo strutturale sempre più normalizzato dai decreti legge che si sono susseguiti negli anni. Il tempo di trattenimento ricalca un modello di repressione amministrativa che non migliora l’efficacia espulsiva, ma aumenta il carico di sofferenza, l’isolamento e l’abbandono. Nel caso di Shahin, del resto, la richiesta di protezione internazionale che ha presentato a seguito della revoca del permesso di soggiorno è stata rigettata come risposta a un procedimento di esame fortemente accelerato. Su questa ha pesato la classificazione dell’Egitto come “Paese di origine sicuro”, senza riservare la giusta attenzione ai rischi in cui l’imam incorrerebbe qualora fosse espulso verso il Paese di cui sopra. L’articolo 19 comma 1 del Testo unico sull’immigrazione stabilisce il divieto di espulsione verso uno Stato in cui lo straniero possa essere oggetto di persecuzione per motivi di razza, sesso, lingua, cittadinanza, religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, sottolineando la necessità di una valutazione caso per caso, a seconda della situazione individuale della persona. Al centro è il diritto di protesta e la partecipazione a particolari movimenti sociali, quali quelli che hanno riempito le piazze negli scorsi mesi esprimendo solidarietà nei confronti del popolo palestinese. In seguito alla proposta del senatore Gasparri in merito al disegno di legge (S. 1627) “Disposizioni per il contrasto all’antisemitismo e per l’adozione della definizione operativa di antisemitismo” e mentre l’area riformista del Partito Democratico presenta un nuovo ddl “per la prevenzione e il contrasto dell’antisemitismo” è imbarazzante doversi trovare nuovamente a precisare la differenza (sostanziale) tra la definizione di antisemitismo e quella di antisionismo. “Il dialogo tra generazioni, culture e religioni diverse”, che dovrebbe essere favorito dal ddl Gasparri tramite i corsi di formazione che il governo vorrebbe impartire, sembra essere proprio ciò che le misure nei confronti di Shahin interrompono in una rete sociale, quale quella torinese, in cui la collaborazione era già fiorente. E forse è proprio questo il problema. Mentre il rabbino Dovid Feldman, membro del movimento ebraico Neturei Karta, da New York visita Torino al fine di incontrare gli attivisti del movimento in solidarietà a Mohamed Shahin, mi chiedo: la libertà di parola ed espressione possiede lo stesso valore per tutt*? Quanto il percorso securitario post-2001 può essere utilizzato con finalità repressive nei confronti di un movimento che si è espresso fortemente contrario alle posizioni dell’attuale governo italiano in merito al sostegno allo Stato di Israele? Perché l’intento è chiaro: intimidire la comunità migrante presente sul territorio. Mettere ogni persona con background migratorio sotto ricatto: la partecipazione a qualsiasi forma di protesta può verosimilmente portare alla revoca di ogni diritto civile e all’allontanamento dal luogo geografico nel quale si è condotto la propria vita fin a quel momento. La paura viene utilizzata come strumento repressivo e “preventivo” nei confronti delle comunità già marginalizzate e il cui godimento dei diritti è già precario. Come ha sottolineato Luigi Manconi, presidente di A Buon Diritto, il quadro che emerge è un Paese nel quale le persone straniere rischiano troppo facilmente di essere allontanate dal tessuto sociale in cui vivono, dove intessono relazioni e di cui sono parte integrante. In risposta a ciò, dalla moschea di via Saluzzo e dalla città di Torino, l’impegno e la cooperazione sociale sono modello difeso dalle piazze che si sono popolate in questi giorni e che continueranno a popolarsi per la Palestina. Nonostante la nuova ondata repressiva che si sta espandendo proprio su questi temi. Torino x Gaza, in un comunicato, si esprime come segue: “non si può e non si deve essere deportati, tanto più per aver espresso un’opinione. Oggi è Mohamed, domani potrebbe essere chiunque di noi. Per questa ragione opporsi a questa ingiustizia è un dovere che dobbiamo assumerci per difendere la libertà collettiva”. Ed è sulla falsariga di queste parole che si è originato il mio desiderio di condividere anche in questo spazio questa storia. Che parla di repressione, di razzializzazione del dissenso, di islamofobia istituzionale e di ricatto emotivo creato dalla paura e indirizzato a un gruppo specifico, già marginalizzato e vittima di stereotipi. Ma è anche e soprattutto una storia di solidarietà, forte, prorompente, internazionale e trasversale. Che ha fatto risuonare nelle mie orecchie la necessità di rafforzare una rete di solidarietà mediterranea. Accomunata dallo stesso desiderio di superare i confini e, partendo dalle esperienze di oppressione, di ripensare pratiche nuove di inclusione. Dal bisogno viscerale di esserci e, ancor più, dalla volontà di accorciare quello spazio tra “sponda Nord” e “sponda Sud” del Mediterraneo descrittoci come invalicabile, per riconoscersi, in realtà, vicinissim*, rispondere alla violenza intrinseca ad ogni politica di frontiera con il mutuo aiuto. La mia è anche una risposta dettata dalla rabbia: avrei potuto occupare queste righe parlando di Palestina, diritto al ritorno, di pratiche di resistenza nuove e tramandate, del concetto di sumud. E invece la repressione opera (anche) così: chiedendoci energie, tempo, dedizione, che avremmo potuto impiegare in altre forme. Ma non ci distraiamo, gli occhi rimangono puntati verso Gaza e la Cisgiordania.
Per continuare a seguire la vicenda che coinvolge l’imam Mohamed Shahin:
https://www.instagram.com/free.mohamed.shahin?igsh=MXZtYmQ0dTljMjlzeQ
https://www.instagram.com/torino.per.gaza?igsh=cHBrZWMwenFqMmg4
[3]https://torinovaldese.org/rete-del-dialogo-cristiano-islamico-per-mohamed-shahin/
[4]https://www.amnesty.it/stop-allespulsione-di-mohamed-shahin-verso-legitto/
[6]https://volerelaluna.it/commenti/2025/12/01/limam-mohamed-shahin-noi-il-maccartismo/
[15]https://www.meltingpot.org/2025/05/hanid-bodoui-morto-suicidato-di-cpr-e-di-carcere/
[16]https://www.egyptwide.org/publication/per-chi-sicuro-egitto
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