Gabriel Mileti
In una società sempre più frammentata, le fasce più marginalizzate sono le prime a risentire dal grave periodo di crisi. La classe meno abbiente, i migranti e le persone senza fissa dimora si trovano così esposte alla complessità del sistema giuridico senza i mezzi per poterlo affrontare, finendo in un circolo vizioso che li intrappola. Il progetto “Avvocato di strada” è una delle virtuose risposte a questo cortocircuito e proprio tramite il lavoro volontario di professionisti del diritto, dietro un muro che sembrava invalicabile si inizia a vedere una luce. Ne parliamo con l’avvocato Stefano Leuzzi.
G: Oggi siamo qui insieme a Stefano Leuzzi: giurista, avvocato leccese e referente territoriale dell’ODV “Avvocato di Strada”. Di cosa si tratta?
S: L’associazione Avvocato di Strada è strettamente legata ad altri enti che operano a supporto dei senza fissa dimora. Sebbene il progetto non nasca specificamente per i migranti, è diventato un punto di riferimento anche per questa fascia di utenza, in un contesto di vulnerabilità sociale sempre più ampia. L’idea di avviare un servizio legale per i senza fissa dimora prende piede nel 2001 a Bologna, grazie all’impegno di Antonio Mumolo. L’obiettivo è offrire consulenza legale gratuita a chi vive in condizioni di emarginazione.
Nel 2006, anche Lecce ha visto nascere una sede. L’attività è andata avanti per oltre quindici anni con una squadra di volontari impegnati a garantire il diritto alla difesa anche per chi vive ai margini della società. Per quanto riguarda il mio impegno personale, sono stato membro del Consiglio Direttivo Nazionale e referente territoriale a Lecce. Nonostante il ricambio dei ruoli, il mio impegno sul territorio è proseguito per contribuire alla crescita di questo fondamentale servizio.
G: Vorrei farti una domanda personale: cosa ti ha portato ad intraprendere questa professione, caratterizzata poi da un impegno così vicino agli ultimi della società? è qualcosa che nasce già dagli anni di studio? Insomma, perché hai scelto questa questa…strada?
S: Fin dai tempi della scuola, mi sono sempre dedicato con passione alle attività politiche in senso lato e alla rappresentanza studentesca. All’Università ho preferito concentrarmi sugli studi, laureandomi in giurisprudenza in quattro anni e iniziando subito la pratica in diritto penale. In quel periodo, ho iniziato a fare volontariato con ragazzi stranieri.
Quando ho ottenuto il titolo di avvocato nel 2005, ho cercato un modo per unire la professione al desiderio di aiutare gli altri. Scoprii l’iniziativa di Avvocato di Strada e nel 2006 ho aperto lo sportello a Lecce. Mi resi conto che potevo fare qualcosa nel mio ambito professionale, unendo la passione per la giustizia con il desiderio di aiutare chi si trova ai margini. La mia motivazione è sempre stata quella di tutelare i più deboli e fare qualcosa di concreto per chi ne ha bisogno.
G: Qualche tempo fa abbiamo parlato delle crisi generalizzate a livello globale, che si intersecano con una certa tendenza al rifiuto del diritto e dei diritti. Potremmo anche dire che ci troviamo in una fase di anomia internazionale. A livello nazionale e locale, però, si può parlare di sgretolamento dei diritti e delle garanzie costituzionali, in particolare per i migranti e i senza fissa dimora? Insomma, secondo la tua esperienza, a che punto siamo sul diritto della persona?
S: Il diritto dell’immigrazione in Italia è fortemente influenzato dalla normativa europea. Nonostante i tentativi di smantellare alcune tutele – come i decreti sicurezza del 2018 o il Decreto Cutro del 2023 – la nostra Costituzione resta un punto di riferimento solido. Ciò che rende il sistema ancora robusto è la magistratura, che garantisce il rispetto dei principi costituzionali attraverso un’interpretazione dinamica e correttiva.
Tuttavia, esiste un sentimento di incertezza. La certezza del diritto è oggi più aleatoria che mai a causa di molteplici interpretazioni e di un ruolo centrale, ma spesso problematico, della Pubblica Amministrazione, dove si riscontrano disallineamenti tra il diritto scritto e la realtà amministrativa. Ciò che conta è che esistano norme a tutela delle persone, anche se la loro applicazione pratica non è sempre lineare.
G: Perché parliamo di disallineamento con la Pubblica Amministrazione?
S: La legge fornisce indirizzi generali, ma quando la Pubblica Amministrazione non è allineata o manca la volontà di applicare le norme, si creano meccanismi contorti. Credo però nella forza della Costituzione e nell’indipendenza della magistratura. In Italia, a differenza degli Stati Uniti dove l’influenza politica è forte, la separazione delle carriere (intesa come indipendenza dal potere esecutivo) rappresenta una garanzia fondamentale contro l’influenza politica eccessiva.
G: A proposito di questo, a breve ci sarà il prossimo referendum sulla separazione delle carriere; è certamente un quesito di natura altamente tecnica e attuale. Cosa ne pensi?
S: La separazione delle carriere tra magistrati e pubblici ministeri può essere considerata un “falso problema” dal punto di vista pratico: pochissimi magistrati cambiano funzione. Il vero rischio è l’ingerenza della politica nell’indipendenza della magistratura. Se questa riforma portasse allo smantellamento del CSM o alla creazione di una Corte disciplinare di nomina politica, la magistratura si troverebbe sotto scacco.
Fortunatamente, l’autonomia è ancora tutelata dalla Corte Costituzionale. Sul tema dell’immigrazione, i flussi non si sono mai fermati e il sistema di accoglienza si è sempre dovuto adattare. È una questione complessa che richiede politiche rispettose dei diritti umani e una visione di lungo periodo, non soluzioni drastiche finalizzate allo smantellamento dei servizi.
G: Volevo chiederti, alla luce di quanto detto, come mai nel settore dell’immigrazione c’è ancora una netta tendenza a ricorrere a leggi speciali o dichiarazioni di emergenza? Il professore Antonio Ciniero, per esempio, sottolineava come l’uso di termini come “emergenza” e “sicurezza” tenda sempre a minare le garanzie costituzionali, creando uno spazio in cui è più facile, de facto, derogare a tali garanzie. Allo stesso modo, anche il professor Luigi Nuzzo parlava di come questa retorica dell’emergenza venga da tempi molto lontani, con i codici d’oltremare e la decretazione d’urgenza per le colonie. In questo contesto, ti chiedo: quanto incide questa retorica sulla continua deroga delle garanzie costituzionali?
S: La retorica della sicurezza spesso dipinge il migrante secondo stereotipi negativi. Molte persone finiscono in un emarginazione burocratica: investono risparmi per arrivare, ma restano intrappolate in vortici amministrativi. Le politiche restrittive che mirano a complicare la protezione internazionale finiscono per incentivare la clandestinità e l’invisibilità. Questo spinge le persone verso la vulnerabilità e, talvolta, verso circuiti criminali, alimentando i pregiudizi. Il sistema di regolarizzazione è imperfetto, specialmente per l’accesso al lavoro. L’effetto finale di queste politiche non è la sicurezza, ma l’aumento delle problematiche sociali e giuridiche.
G: Mi fa riflettere molto l’utilizzo continuo delle misure di prevenzione cosiddette atipiche, come il DASPO urbano: sembra che il linguaggio utilizzato, negli ultimi tempi, sia quasi di stampo militare, con un approccio che non punta affatto alla regolarizzazione, ma piuttosto a trattare il problema come qualcosa da “eliminare” ed “eseguire”. Questo approccio sembra più incentrato sulla gestione della situazione in modo punitivo, senza cercare soluzioni a lungo termine o di integrazione, vero?
S: Questo approccio non risolve il problema, lo rimanda o lo porta a un punto di stallo. Respingere tutto crea un effetto a catena di ricorsi che intasano i tribunali, le corti d’appello e la Cassazione. Il sistema diventa una macchina giuridica ingolfata e inefficace.
G: A Lecce esiste un Centro di Prossimità, Casa Comune, che ci permette di avere un occhio privilegiato su questi temi: sia per i senza fissa dimora, che per i migranti o gli italiani stessi; mi sembra che ci sia una sorta di “guerra tra gli ultimi”, alimentata da una narrazione che polarizza sempre di più. Da un punto di vista costituzionale, quanto è applicabile oggi l’articolo 2 Cost., che garantisce i diritti e doveri inderogabili dell’uomo e impone alla generalità dei consociati l’obbligo di solidarietà politica, economica e sociale? Quanto può questo articolo incidere, o quanto la sua applicazione è ancora distante dalla realtà sociale?
S: Oggi vedo una carenza del principio solidaristico. C’è una reazione immediata di prevaricazione verso chi è diverso o vive in strada. Inoltre, c’è il problema dei disturbi psichiatrici che i Centri di Salute Mentale non riescono a gestire per carenze organizzative. Molte persone non sono in grado di autodeterminarsi, ma la gente non vuole capire. Si sta sviluppando un clima di tensione verso gli ultimi. Anche se la nostra Costituzione ci protegge, bisogna temere quelle politiche che lasciano decisioni cruciali alla discrezionalità del singolo pubblico ufficiale, sperando nel suo buon cuore ma rischiando che la situazione sfugga di mano.
G: Ti vorrei fare un’ultima domanda, questa davvero di cuore. Viviamo certamente in un momento storico-politico rilevante, in cui aumenta esponenzialmente la sfiducia crescente dei giovani in quella che sembra un’emergenza generalizzata, dove sembra che nessuno voglia fare qualcosa per il prossimo. Ipotizziamo, però, di parlare agli studenti e studentesse di oggi: che consiglio daresti, soprattutto a coloro che decidono di intraprendere un percorso come il tuo? Qual è il messaggio da trasmettere ai futuri giuristi e politologi?
S: Chi vuole avvicinarsi a queste materie deve prenderne consapevolezza e studiare a fondo. Bisogna metterci il cuore: chi ci crede davvero trova il senso della professione anche attraverso uno sguardo o una persona che ti colpisce. Per quanto riguarda l’avvocatura, è un settore in cambiamento, ma c’è un enorme bisogno di professionisti sul campo che conoscano le norme, siano responsabili e sappiano agire con operatività. Serve meno teoria e più azione.
G: Grazie mille, Stefano. Per noi è stato davvero un piacere e un onore conoscere più a fondo il servizio che tu e tante altre persone portate avanti.
S: Grazie a voi.
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