CRISI AMBIENTALE E COMUNITA' IN LOTTA

Il caso del dissalatore sul fiume Tara a Taranto

Leo Campanelli

Nel tragitto alienante che va dalla fine di Statte alla zona industriale di Taranto si alternano a breve distanza le varie tappe della via crucis locale, due discariche, l’ex Ilva, l’ombra della raffineria Eni. Nella decadente processione tra i ruderi della promessa tradita del miracolo socioeconomico, uno scorcio azzurro spacca all’improvviso il paesaggio: è il fiume Tara, il fiume dei miracoli.

Il fiume che accompagna dagli albori la storia degli insediamenti nel capoluogo ionico finisce così per diventare un’oasi di resistenza naturale allo sfacelo antropico che tutto ha divorato nell’area circostante. La sua importanza viscerale risiede in questo: è la bellezza da rivendicare per chi è nato all’ombra delle ciminiere, è il vanto di una comunità che riafferma la sua essenza oltre l’industria. Queste calme acqua che scorrono da millenni intrecciandosi con miti fondativi, riti religiosi e popolari oggi ritornano preponderanti nel dibattito pubblico perché diventate il cuore di una nuova battaglia, quella contro il progetto del dissalatore, che seguendo la tradizione delle infrastrutture calate a Taranto sarà il più grande in Italia.

L’opera promossa da Acquedotto Pugliese, in parte finanziata con fondi del PNRR, è indicata come una delle soluzioni per fronteggiare la crisi idrica imperante ma fin dalla sua presentazione ha sollevato numerosi dubbi di varia natura tra tecnici e popolazione.

Il cambiamento climatico ha ormai trasformato l’acqua in una risorsa sempre più scarsa e contesa e se la crisi idrica colpisce tutto il pianeta, è nelle regioni del Sud, già esposte a stress ambientali e sociali, che il fenomeno assume contorni drammatici, specialmente in un’area SIN (Sito di Interesse Nazionale) come quella del tarantino. A fronte dell’emergenza, le politiche passate, spesso miopi o votate alla gestione a breve termine delle risorse presentano oggi un conto salatissimo e il pericolo è quello di gettarsi a capofitto in soluzioni sommarie che oltre alla promessa di tamponare il problema senza affrontarlo alla radice, corrano il rischio di mettere in crisi un ecosistema già fragile.

Le principali opposizioni all’opera risiedono proprio in questo paradosso: non si può pensare di concepire un’opera per contenere un impatto ambientale se la stessa finisce per generare di nuovi. Costruire un nuovo impianto che attuerebbe un ulteriore prelievo di 1000l al secondo oltre a quelli già effettuati per uso industriale e per uso agricolo, considerando la precarietà del flusso d’acqua di un fiume di origine carsica come il Tara, potrebbe avere un effetto dannoso sull’intero habitat con conseguenze estreme.

Se in parallelo si considera la mole di perdite d’acqua causata delle falle nelle tubature nel sistema idrico pugliese (circa il 30%), l’inutilizzo di invasi costruiti e mai attivati (vedi invaso Pappadai) con il conseguente spreco di acqua piovana e il fallace sistema di recupero di acque reflue che non dispone di collegamenti utili alla distribuzione, si fa presto a comprendere perché il progetto abbia attratto forti opposizioni comprese quelle di Arpa Puglia e del Ministero della Cultura.

In questo quadro è interessante notare la natura eterogenea della comunità che si è riunita in opposizione all’opera. La vicenda ha attratto un forte numero di comitati e associazioni ma soprattutto molti cittadini al di fuori delle sigle ambientaliste più famose del territorio, che in virtù del forte attaccamento popolare al Tara hanno sposato la lotta e sono scese in piazza non rivendicando esclusivamente la tutela ambientale ma anche il diritto delle comunità a partecipare alle decisioni prese sul proprio territorio. Tecnici, legali, studenti, lavoratori e creativi continuano mettere a disposizione le proprie competenze facendo pressione sulle istituzioni locali e regionali con dossier, articoli, manifestazioni ed eventi di sensibilizzazione che abbracciano ogni fascia della popolazione. Si tratta di un movimento che stanco dell’inerzia della politica locale, chiede con forza che le comunità non siano più considerate semplici spettatrici, ma parte attiva nella progettazione sul futuro del territorio.

In un’area vessata da decenni di imposizioni calate dall’alto non si può ignorare la necessità di generare benessere condiviso, radicato nella storia, nella cultura, nei bisogni reali dei luoghi e di chi li vive. La sfida non riguarda solo il dissalatore, la questione vera è come affrontare l’emergenza ambientale senza replicare i meccanismi che l’hanno generata. È solo attraverso un lavoro collettivo e partecipato che si possono costruire soluzioni davvero sostenibili che non si mascherino di propaganda green senza interrogarsi sul peso che ogni nuova opera nel territorio possa aggiungere a una storia già segnata da troppi sacrifici.

Durante il consiglio comunale del 13 Ottobre, in seguito a mesi di manifestazioni, eventi e studi ambientali e legali trasmessi dalla rete di cittadini alle istituzioni, il comune di Taranto si impegna, dopo un lungo silenzio, a fare ricorso al T.A.R. contro il Provvedimento Autorizzatorio Unico Regionale che nonostante le varie falle al suo interno ha dato inizio ai primi lavori del dissalatore.

La lotta della comunità non si è mai fermata e continua perché difendere il Tara è difendere l’idea di una terra che resiste.

 

[1] I siti d’interesse nazionale (SIN) sono porzioni di territorio in cui la quantità e la pericolosità degli inquinanti presenti rende elevato l’impatto sull’ambiente in termini di rischio sanitario ed ecologico, nonché di pregiudizio per i beni culturali ed ambientali,(Art. 252, comma 1 del D.Lgs. 152/06 e s.m.i. comunemente indicato come Testo Unico Ambientale, TUA).

[2] Lo stato ecologico del fiume Tara, monitorato  da Arpa secondo indicatori biologici, chimico-fisici e morfoidrologici è definito “scarso” ( seguendo la scala di valutazione 1.elevato ; 2. Buono; 3 sufficiente; 4 scarso; 5. cattivo). Il dato riporta lo stato di salute complessiva dell’ecosistema fluviale che secondo la direttiva  2000/60/CE DEL PARLAMENTO EUROPEO E DEL CONSIGLIO  , dovrebbe tendere al “buono stato” 

[3] Sul fiume avviene già  da anni un prelievo massiccio destinato da Acque del Sud a fini irrigui e all’exIlva (che oltre a sfruttare le acque del Tara per raffreddare gli impianti, utilizza le acque del fiume Sinni impossessandosi così delle già esigue fonti d’acqua dolce del territorio)

[4] – Su una media regionale di circa 30% di dispersione idrica, la provincia di Taranto ha il primato negativo in Puglia con perdite fino al 47,7% secondo il XX Rapporto sul servizio idrico integrato, a cura dell’Osservatorio prezzi e tariffe di Cittadinanzattiva

[5] La diga del Pappadai  a Monteparano (TA) collegata con l’acquedotto del Sinni ,venne ultimata nel 1997 e da allora non è mai stata messa in funzione per mancanza di una rete che distribuisse l’acqua raccolta al suo interno.