COSA SI DIRA' DI QUESTI TEMPI D'ORRORE?

Guerre, giustizia e rapporto con la storia con Rosario Aitala

Leo Campanelli

E’ la dodicesima edizione del festival Conversazioni sul Futuro e di sabato sera la sala delle Officine Cantelmo è gremita e silenziosa, fino al fragoroso applauso che accoglie la figura che arriva sul palco con un sorriso buono, sotto l’occhio vigile della sua scorta. “Io sono catanese e mi piace venire a Lecce anche perché i nostri dialetti si assomigliano e qui trovo un’aria di casa”. Apre così Rosario Aitala, giudice e vicepresidente della Corte Penale Internazionale dal 2018, creando un’atmosfera distesa, forse necessaria per preparare la platea al delicato tema del talk.

Con un episodio raccontato con voce ferma, Aitala ripercorre uno dei suoi primi casi all’Aia, durante un processo su una guerra africana. Un testimone sopravvissuto a un massacro racconta: “Mi hanno preso al mercato con degli amici. Ci hanno rinchiusi in una stanza senza cibo, piena di escrementi. Non vedevamo il tempo passare, calcolavamo le ore in base a quando portavano via qualcuno. Non tornavano più. Eravamo sicuri che li uccidessero. Poi toccò a me…”. Svenne sotto i colpi, ma il coltello non lo uccise. Si risvegliò bagnato nel proprio sangue e, miracolosamente, camminò fino alla Croce Rossa. “Mi commossi”, dice Aitala, “perché sentivo un fratello in lui. La sua sofferenza era quella di tutti”.

In quel momento, diventa chiaro che la giustizia internazionale non è una procedura tecnica, ma un tentativo disperato e necessario di restituire dignità alle vittime. In un’epoca in cui milioni di persone muoiono in quelle che più che guerre sono vere e proprie aggressioni ai civili, non ci rendiamo conto di questa catena d’odio che ereditiamo dal passato non è mai stata spezzata e si continua ad alimentare anello dopo anello nelle nuove generazioni.

Partendo da questo presupposto Aitala, affronta il tema della Giustizia internazionale nel suo rapporto con la storia ponendo da subito un quesito: Come verrà descritto il tempo che stiamo vivendo? La risposta non è semplice per svariati motivi ma ne sceglie due in particolare. Il primo è che il tempo che viviamo è un tempo di guerra e la guerra chiama propaganda e quindi distorsione, il secondo è che tendiamo a scordarci del passato che non ci piace vivendo come se fossimo degli eterni primi.

Riguardo al primo punto il giudice pone l’accento sull’aspetto paradossale della comunicazione dei nostri tempi. Per la prima volta nella storia abbiamo a disposizione una mole incredibile di testimonianze dei conflitti di ogni parte del mondo, spesso in diretta e reperibili da tutti su ogni social media eppure non abbiamo reale contezza di ciò che accade. Le immagini che scorrono incessanti sotto i nostri occhi potrebbero dare un’idea di copertura totale delle atrocità un tempo invisibilizzate, eppure spessissimo quei video sono manipolati per veicolare certi messaggi. La guerra ora è anche in rete e il rischio è che le immagini che arrivano siano alterate per favorire o screditare uno schieramento. Una fruizione massiccia e passiva di tutto questo materiale può plasmare la concezione delle atrocità che avvengono e ancor peggio può finire per normalizzare scene che mai avremmo dovuto accettare. Se la narrazione è filtrata l’indignazione può diventare selettiva.

Questo si lega anche al secondo punto, quello sull’analisi del presente viziata dal nostro rapporto col passato. Il giudice cita Hanna Arendt dicendo che la storia non è un qualcosa da cui prendere solo quello che più ci piace e infatti è proprio in quel rimosso che alberga l’orrore che puntualmente si ripresenta. La storia è uno specchio che ci mostra in tutte le nostre sfaccettature e il decidere di salvarne solo alcune parti è anch’esso una grave forma di alterazione. Se a questo si aggiunge la semplificazione dei fatti riducendoli a date o eventi particolari rischiamo davvero di non cogliere i processi che attraversano i nostri tempi, ignorandone premesse e strascichi.

In questo spaccato di realtà la Corte Penale Internazionale cerca di opporsi con i mezzi del diritto nonostante le miriadi di forme di coercizione che subisce quotidianamente. I giudici, come Aitala stesso, sono vittima di mandati di cattura da parte di quei governi che non riconoscono il lavoro della corte e si sentono minacciati dal loro operato. A loro si aggiungono governi, che pur riconoscendo la CPI non ne applicano le disposizioni (come quello italiano nel caso del torturatore libico Almasri) o che insinuano che le condanne possano pregiudicare i processi di pace. Ma Aitala ribalta la logica: “Investire nella giustizia è investire contro l’odio. È seminare speranza”. Perché la pace senza giustizia è solo tregua, è silenzio imposto. È una ferita ricoperta da una benda, ma mai curata.

A noi sta la scelta di non chiudere gli occhi, di non derubricare la sofferenza altrui a notizia marginale e di opporci con ogni mezzo all’orrore che ci vogliono imporre per non perdere la nostra umanità.

Aitala conclude dicendo che quando arriverà il tempo di descrivere i nostri tempi, dovremo fare i conti con le responsabilità personali e collettive e di fronte a tutto questo ci dovremo chiedere, noi dove eravamo?