Ginevra Corigliano
Alle volte una fotografia può essere più eloquente delle parole. Francia 1938, dal Louvre prende avvio il piano di evacuazione e messa in sicurezza del patrimonio artistico; così la Nike di Samotracia e la Gioconda lasciano le loro stanze per essere poste temporaneamente in luoghi sicuri quali i castelli medievali, lontano dalle città e quindi punti non strategici alla logica della guerra e dei bombardamenti aerei. Dietro questa iniziativa ci sono due persone: Jacques Jaujard, allora direttore dei musei nazionali e Françoise Mardrus, conservatrice e specialista della storia del Louvre. Solo nel luglio del 1945 le opere ritorneranno nelle loro collezioni, seguite dalla riapertura del museo.
In Francia, questa enorme operazione di messa in sicurezza fu compiuta prima ancora che la guerra iniziasse. Tra agosto e dicembre 1939, duecento camion trasportarono i tesori del Louvre. In totale quasi 1.900 casse; 3.690 dipinti, migliaia di statue, antichità e altri capolavori inestimabili. Senza tralasciare i rischi connessi al semplice spostamento di opere d’arte; oltre al rischio di rottura, le variazioni di umidità e temperatura possono danneggiarle.
Ma ora spostiamoci in Italia. Sorti differenti spettano alla penisola fascista nel torno di anni della II Guerra Mondiale. Il luogotenente del Führer, Herman Göring è colui che si macchia di vere e proprio razzie depredando il patrimonio artistico italiano, veri e propri furti di opere d’arte come il caso più celebre riguardante la Danae di Tiziano la cui destinazione divenne il soffitto della sua stanza da letto nella villa Carinhall, fuori Berlino. L’armistizio del 1943 tra Italia e Alleati fu solo un pretesto per aumentare il ritmo delle razzie, una vera e propria task force per la protezione della cultura, il Kunstschutz, iniziò a prelevare opere da proteggere dall’avanzata degli Alleati. Se alcune vennero restituite a Roma e al Vaticano, molte altre, poste in delle casse, lasciarono l’Italia e furono spedite in Germania.
Non ci furono solo le task force tedesche o americane, quest’ultime impegnate nella protezione e nella restituzione delle opere in pericolo o trafugate, anzi si contraddistinse anche la personalità di un italiano: Rodolfo Siviero, «lo 007 della storia dell’arte». Personalità ambigua e inizialmente fascista, nel 1943 passò alle file partigiane e si impegnò, in prima persona, nel recupero di moltissime opere. Ad esempio, impedì a Göring di appropriarsi dell’Annunciazione del Beato Angelico o aiutò gli americani a rintracciare e recuperare le opere trafugate dagli Uffizi e nascoste in Alto Adige dai tedeschi. Non solo in periodo di guerra ma anche successivamente, Siviero si dedicò ad individuare e restituire le opere sottratte ai musei. Infine un altro evento tragico riguardò la Germania, tra il 13 e il 14 febbraio 1945 la città di Dresda fu rasa al suolo dai bombardamenti da parte degli inglesi e degli americani e in questa occasione innumerevoli capolavori italiani del Rinascimento vennero distrutti.
1954. A nove anni dal secondo conflitto mondiale si giunge alla Convenzione dell’Aia. Un risultato frutto di varie convenzioni adottate dalle Nazioni Unite e dall’UNESCO in questi anni, anni in cui è cresciuta la consapevolezza che i beni culturali non sono patrimonio degli abitanti e del paese che li detengono, bensì appartengono all’umanità intera in quanto esprimono valori universalmente riconosciuti. Inoltre essi rappresentano l’identità e la memoria storica dei popoli e delle civiltà millenarie. Conosciuta anche come Convenzione per la protezione dei beni culturali in caso di conflitto armato, fu ratificata in Italia nel 1958.
Ma arriviamo ai nostri giorni. È evidente come la guerra abbia profondamente trasformato i propri metodi di azione, di combattimento e di occupazione dei territori. Rispetto ai conflitti del Novecento, a cambiare radicalmente lo scenario bellico sono soprattutto gli strumenti impiegati e i tempi delle operazioni. Nei primi anni Duemila emergono nuove forme di guerra asimmetrica: Al Qaeda prima e l’Isis poi agiscono nell’ombra, utilizzando aerei come ordigni, furgoni e attentatori suicidi. Pur mantenendo come obiettivo principale la distruzione di massa, le modalità attraverso cui tale intento viene perseguito risultano profondamente mutate.
La distruzione del patrimonio culturale rappresenta una delle più gravi forme di violenza contro la memoria e l’identità collettiva di un popolo. L’ISIS, nel corso degli anni di massima espansione tra il 2015 e il 2017, ha fatto di questa strategia un vero e proprio strumento di dominio e annientamento simbolico. Colpire monumenti, templi e musei significava cancellare la storia, l’arte e la memoria condivisa di intere civiltà, sostituendo al valore universale della cultura un messaggio di potere e fanatismo.
Tra i casi più noti figurano la distruzione dei templi di Bel e di Baalshamin e dell’arco monumentale di Palmira, avvenuta nel 2015, insieme al devastante abbattimento delle torri funerarie e di numerose statue antiche. Nello stesso anno vennero rasi al suolo anche il monastero cristiano di Mar Elian ad Al-Qaryatayn e il museo di Mosul, privando l’Iraq e la Siria di preziose testimonianze della loro eredità millenaria. Nel 2017 l’ISIS riprese la distruzione di Palmira, danneggiando il teatro romano e il tetrapilo, e fece esplodere la Grande Moschea di al-Nuri a Mosul, uno dei simboli religiosi e architettonici più importanti del Paese. Questi atti non solo hanno cancellato opere di inestimabile valore, ma hanno ferito profondamente il legame tra le popolazioni e la loro storia, minando la continuità culturale e la memoria collettiva delle comunità colpite.
Una risposta per la salvaguardia del patrimonio culturale in aree di crisi internazionale è stata l’istituzione dei Caschi blu della Cultura, da parte dell’allora Direttore Generale dell’UNESCO, Irina Bukova. Dal 2016 si è costituita una Task Force formata da storici dell’arte, studiosi e restauratori ma anche da carabinieri del Nucleo per la Tutela del Patrimonio Culturale pronta ad intervenire in aree colpite da emergenze.
Una strategia analoga è stata adottata dallo Stato di Israele nel più recente conflitto in Palestina. Distruggere il patrimonio culturale, soprattutto quello archeologico, per cancellare l’identità, la memoria e la cultura palestinese. Una vera e propria strategia di rimozione culturale che passa anche dai siti archeologici, artistici e storici palestinesi, denunciata anche da ONU e UNESCO. Risale a maggio 2025 un monitoraggio condotto dall’UNESCO in territorio palestinese: 110 siti culturali danneggiati tra cui 13 siti religiosi, 77 edifici di interesse storico e/o artistico, 9 monumenti, 1 museo, 3 depositi di beni mobili e 7 siti archeologici. Un nuovo censimento, condotto solo qualche mese più tardi ad agosto 2025 riporta un aumento dei danni e più precisamente a 226 siti archeologici che conseguentemente ha incrementato il commercio illegale dei beni archeologici provenienti dall’area interessata.
Senza tralasciare altri territori duramente colpiti da parte dell’IDF come la Cisgiordania e in particolare il sito archeologico romano di Deir Sam’an, vicino Salfit, che annoverava oltre ai resti di una fortezza anche un monastero bizantino e un frantoio islamico. Stessa sorte per la Striscia di Gaza, difficile fare una stima di ciò che resta come il monastero di Sant’Ilarione iscritto nella lista dei patrimoni dell’umanità da parte dell’UNESCO e gli scavi archeologici di Gerico.
Per avere traccia della distruzione e trasformazione del patrimonio culturale di Gaza, dal 2024 un gruppo di studiosi, storici, archeologici, geografi e sociologi ha creato un progetto online dal titolo “Gaza. Inventario di un patrimonio bombardato.”
Diverse le iniziative intraprese come la mostra, visibile fino al 2 novembre 2025 presso l’Institut di Monde Arabe a Parigi, dal titolo “Tesori salvati di Gaza – 5000 anni di storia” a cura di Élodie Bouffard. La raccolta, proveniente dal MAH di Ginevra di reperti storici e artistici che non hanno mai fatto ritorno a Gaza, si pone come monito contro l’abbandono e l’oblio, senza tralasciare il messaggio di denuncia contro le distruzioni in atto e lo fa rendendo omaggio alla storia e al presente di Gaza, una storia che resiste al tempo e all’annichilimento.
In conclusione, la storia del rapporto tra guerra e patrimonio culturale dimostra con chiarezza come l’arte e la memoria collettiva siano state vittime dei conflitti, per una logica di guerra fondata sull’annientamento della propria identità e della propria storia. Dalla lungimiranza di Jacques Jaujard e Françoise Mardrus in Francia, al coraggio di Rodolfo Siviero in Italia, fino alle più recenti iniziative internazionali come i Caschi Blu della Cultura, emerge un filo conduttore: la consapevolezza che proteggere un’opera d’arte significa difendere l’identità stessa di un popolo.
Oggi, con le nuove strategie che puntano consapevolmente a cancellare le radici culturali dei popoli – come accade in Palestina – la salvaguardia e la tutela del patrimonio storico e artistico risulta essere ancora più necessaria e urgente. Ogni tempio abbattuto, così come ogni statua e ogni museo ridotto in macerie non rappresenta una ferita che colpisce solo un popolo, ma l’intera umanità. Nonostante la devastazione, la cultura continua a resistere e a farsi voce di iniziative come quelle sopracitate dove proteggere e tramandare divengono, oggi più che mai, antidoti contro il silenzio imposto dalla guerra, riconfermando il potere dell’arte come simbolo di identità, libertà e resistenza.
1 Les Mémoires de guerre du Louvre, https://www.louvre.fr/decouvrir/vie-du-musee/les-memoires-de-guerre-du-louvre-1 [consultato il 13/10/2025]
2 How Jacques Jaujard Saved The Louvre From Nazis, https://www.thecollector.com/jacques-jaujard-louvre-museum/ [consultato il 13/10/2025]
3 Salvare la bellezza: l’arte e la Seconda guerra mondiale, https://www.frammentirivista.it/seconda-guerra-mondiale-arte/ [consultato il 13/10/2025]
4 Il bombardamento di Dresda, ottant’anni fa, https://www.rsi.ch/info/mondo/Il-bombardamento-di-Dresda-ottant%E2%80%99anni-fa–2593470.html [consultato il 13/10/2025]
5 La guerra e le opere mobili: Berlino, Dresda e l’Italia, https://fondazionezeri.unibo.it/it/mostre-online/il-patrimonio-perduto/la-guerra-e-le-opere-mobili-berlino-dresda-litalia [consultato il 13/10/2025]
6 T. Beracci, Il patrimonio culturale nei conflitti armati, IRIAD Review. Studi sulla pace e sui conflitti, 2024.
7 La distruzione del patrimonio storico-artistico della Siria, https://www.geopolitica.info/patrimonio-siria/ [consultato il 14/10/2025]
8 Convenzione dell’Aia (1954), https://lazio.cultura.gov.it/?page_id=6669 [consultato il 14/10/2025]
9 La distruzione del patrimonio archeologico di Gaza non cancellerà la cultura palestinese, https://www.artribune.com/arti-visive/archeologia-arte-antica/2025/10/distruzione-patrimonio-culturale-gaza-danni/ [consultato il 15/10/2025]
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