Fenomeni morbosi
l’iran tra il vecchio che muore e il nuovo negato
di Michele pieroni

«Il vecchio muore e il nuovo non può nascere: in questo interregno si verificano i fenomeni morbosi più svariati». Questo monito di Antonio Gramsci non costituisce un semplice vezzo letterario per aprire un’analisi geopolitica, ma rappresenta la spietata e nuda cronaca dell’Iran contemporaneo, osservato dalla soglia del 2026. L’Iran odierno si presenta come un colosso demografico di circa 89,5 milioni di abitanti, una realtà pulsante, giovane e iper-connessa dove la vitalità sociale è però sequestrata da un’armatura dogmatica e securitaria che tenta disperatamente di negare la schizofrenia tra una società civile scolarizzata, moderna e proiettata verso il futuro, e un potere arcaico, arroccato su posizioni teocratiche sempre più autoreferenziali. Sotto l’egemonia persiana, che costituisce il 61% della popolazione, si muove un mosaico di resistenze etniche e culturali sistematicamente negate e represse: dagli Azeri (16%) ai Curdi (10%), fino ai Baluchi (2%). In questo contesto, spicca la tragica condizione della minoranza religiosa dei Bahá’í, vittima di un vero e proprio apartheid civile e giuridico che ne sequestra sistematicamente i beni, ne impedisce l’accesso all’istruzione superiore e ne nega persino il diritto alla sepoltura e alla memoria. Capire il funzionamento di questo sequestro significa smontare, pezzo per pezzo, la costruzione millimetrica del consenso forzato e la manipolazione sistematica della memoria storica che ha trasformato un popolo di potenziali cittadini in un insieme di sudditi posti sotto la tutela permanente di un clero che si è fatto Stato, rimpiazzando la dialettica politica con l’obbedienza dogmatica.
Per comprendere l’ascesa fulminea di Reza Khan, è necessario immergersi nel clima di totale decomposizione della dinastia Qajar, un’istituzione ormai spettrale che, all’inizio del XX secolo, aveva ridotto l’Iran a un protettorato di fatto delle potenze coloniali, incapace di esercitare una reale sovranità sul proprio territorio. I Qajar erano impotenti nel gestire le frontiere, di riscuotere le tasse e di proteggere la popolazione dalle carestie, apparendo agli occhi del popolo come marionette corrotte e senza spina dorsale. Tra le due guerre mondiali, l’Iran settentrionale subì una pressione russa brutale e costante, che andava ben oltre la semplice influenza diplomatica: dopo il collasso dello zarismo, l’aggressione della Russia bolscevica portò, tra il 1920 e il 1921, al sostegno diretto della Repubblica Sovietica del Gilan. L’irruzione russa nel nord non era solo una minaccia militare, ma un’infiltrazione ideologica e commerciale che rischiava di smembrare definitivamente l’integrità territoriale dell’Iran, riducendolo a una serie di staterelli satellite. In questo vuoto pneumatico di sovranità, emerse la figura muscolare di Reza Khan. Egli non fu un semplice ufficiale golpista, ma la risposta autoritaria a un’umiliazione nazionale che durava da oltre un secolo. Sebbene apertamente influenzato dal modello di modernizzazione di Mustafa Kemal Atatürk in Turchia, Reza Khan ne declinò il paradigma in modo radicalmente più autocratico e brutale. Mentre Atatürk poggiava su un partito di massa strutturato e su una burocrazia riformata, Reza Khan si affidò esclusivamente alla forza della Brigata cosacca, trasformando lo Stato in una proiezione della caserma. La sua auto-proclamazione a Scià nel 1925 segnò la fine dei Qajar ma anche l’inizio di una modernizzazione armata che non cercava il consenso, ma la sottomissione estetica e comportamentale. Il suo progetto di “europeizzazione” coatta si manifestò attraverso violazioni biopolitiche traumatiche, come l’imposizione del Kashf-e hijab nel 1936. Proibire il velo non era un atto di liberazione, ma un tentativo di livellazione sociale forzata per creare un “cittadino uniforme” sotto il controllo centralizzato. Tuttavia, il soldato che strappava il velo alle donne per strada violava la sacralità del privato, trasformando lo Stato in un’entità d’occupazione interna e consegnando paradossalmente al clero sciita — studiato con rigore da Alberto Ventura — il ruolo di unico, legittimo difensore della dignità popolare contro un potere percepito come alieno e iconoclasta.
Il destino dell’Iran contemporaneo venne nuovamente stravolto nel 1941, quando il Paese, nonostante la sua dichiarata neutralità, fu invaso dalle truppe anglo-sovietiche per scopi prettamente strategici. L’obiettivo era trasformare l’Iran nel cosiddetto “Ponte della Vittoria”, un corridoio logistico vitale per far giungere i rifornimenti bellici degli Alleati verso l’Unione Sovietica impegnata contro i nazisti. Reza Khan, sospettato di simpatie per le potenze dell’Asse e percepito come troppo ingombrante, fu costretto all’abdicazione e all’esilio. Al suo posto venne insediato il figlio, Mohammad Reza Pahlavi, un sovrano allora giovanissimo e inesperto, che ereditò un Paese occupato militarmente, umiliato nella sua dignità sovrana e politicamente frammentato in mille fazioni. In questo clima di caos, il Partito Tudeh (il partito comunista iraniano) ebbe la sua più grande occasione storica, che però fallì a causa di quello che possiamo definire un “peccato originale” genetico. Sebbene fosse la forza politica più moderna, organizzata e seguita dall’intellighenzia urbana, il Tudeh non riuscì mai a fare breccia nel cuore delle masse profonde dell’Iran a causa della sua natura di longa manus di Mosca. Durante l’occupazione russa del nord nel dopoguerra, il Tudeh non agì come un partito nazionale, ma sostenne apertamente le pretese separatiste sovietiche in Azerbaigian e Kurdistan per compiacere Stalin. Per il popolo iraniano, intriso di nazionalismo e fede, il Tudeh non era l’avanguardia della liberazione proletaria, ma un corpo estraneo, un’emanazione straniera che anteponeva gli interessi del Cremlino all’integrità territoriale dell’Iran. Questa diffidenza cronica creò un vuoto di rappresentanza politica immenso, uno spazio vuoto in cui, decenni dopo, si sarebbe incuneato con successo il radicalismo religioso di Khomeini, l’unico capace di parlare un linguaggio che appariva falsamente come autenticamente nazionale e anti-imperialista.
L’anno 1953 rappresenta il momento dell’omicidio premeditato della sovranità laica e democratica iraniana. Mohammad Mossadeq rappresentava l’unica vera possibilità per l’Iran di diventare una democrazia moderna, padrona delle proprie risorse naturali attraverso la nazionalizzazione del petrolio sottratto all’Anglo-Iranian Oil Company. La caduta di Mossadeq è spesso narrata come un colpo di Stato puramente esterno, ma la verità storica è molto più complessa e amara: l’Operazione Ajax, pur orchestrata da CIA e MI6, fu attivamente sostenuta e resa possibile dal collasso dei consensi interni e dal ritiro delle alleanze chiavi. Mossadeq fu lasciato solo al centro del vortice da una serie di tradimenti incrociati. Le gerarchie religiose dell’Ayatollah Kashani gli voltarono le spalle per timore che il suo laicismo aprisse varchi alla sinistra radicale; il Tudeh rimase alla finestra in una paralisi tattica, poiché considerava Mossadeq un semplice esponente della “borghesia nazionale”, una figura di classe intrinsecamente inaffidabile secondo la rigida dottrina marxista-leninista dell’epoca. Infine, i mercanti del Bazar, spaventati dall’embargo britannico e dal caos economico, scelsero la stabilità autoritaria della Corona. L’intervento straniero fu dunque il colpo di grazia inferto a un leader già politicamente isolato dai suoi stessi alleati potenziali. Dopo il golpe, lo Scià non fu più un monarca costituzionale, ma il capo di una dittatura securitaria ossessiva. La SAVAK, la polizia segreta addestrata dai servizi americani e israeliani, divenne sinonimo di terrore sistematico e torture. Eliminando ogni voce moderata, liberale o sindacale, il regime distrusse chirurgicamente ogni corpo intermedio, lasciando involontariamente alle moschee l’unico spazio sociale di aggregazione non infiltrabile dal potere centrale.
La rivoluzione del 1979 non fu dunque un fulmine a ciel sereno, ma la reazione esplosiva a una modernizzazione disarticolata, verticistica e calata dall’alto che aveva ignorato le radici profonde del Paese. La “Rivoluzione Bianca” dello Scià aveva prodotto un inurbamento caotico e una massa di sradicati che cercavano un senso di appartenenza che lo Stato imperiale, perso in celebrazioni anacronistiche come i fasti di Persepoli, non sapeva più offrire. In questo vuoto d’identità, Khomeini operò un capolavoro di manipolazione comunicativa dall’esilio di Parigi, seducendo l’intellighenzia internazionale con la promessa di una “spiritualità politica”. Il suo ritorno in Iran il 1° febbraio 1979 fu un evento messianico studiato per travolgere ogni logica istituzionale superstite. Al cimitero di Behesht-e Zahra, tra le tombe dei martiri, egli pronunciò un discorso che segnò la fine della democrazia: non parlò come un leader politico soggetto a leggi umane, ma come l’incarnazione della Guida Suprema (Velayat-e Faqih), un’autorità metafisica superiore alla legge degli uomini e al suffragio popolare. In questo clima di fervore millenaristico, Khomeini delegittimò il governo di transizione di Mehdi Bazargan ancor prima che questi potesse realmente operare. Bazargan, uomo probo e intellettuale liberale, incarnò la tragedia del moderatismo travolto dall’onda d’urto del fanatismo. Come testimoniato nella celebre e tagliente intervista di Oriana Fallaci, Bazargan tentò invano di preservare la razionalità dello Stato civile e della burocrazia, ma finì per essere un “primo ministro di carta”, deriso da un clero che lo considerava solo un ponte provvisorio verso il potere assoluto. La sua definitiva impotenza durante il sequestro dell’ambasciata americana segnò il trionfo della teocrazia sulla politica parlamentare.
Questo sistema si consolidò definitivamente sotto il fuoco della guerra Iran-Iraq (1980-1988), un conflitto d’attrito brutale che costò la vita a oltre un milione di persone. Per la leadership khomeinista, l’invasione di Saddam Hussein fu la “manna dal cielo”: una provvidenziale emergenza bellica che offrì l’alibi perfetto per chiudere ogni spazio di libertà interna e operare le purghe più feroci della storia moderna. Sotto la giustificazione del pericolo supremo, il regime represse ferocemente le minoranze sunnite, in particolare Curdi e Baluchi, trasformando l’appartenenza confessionale in una colpa politica di complicità con l’invasore iracheno. La guerra permise inoltre di fondare le Bonyad, fondazioni parastatali opache che incamerarono i beni degli esuli e della vecchia nobiltà, arrivando a controllare oggi circa il 30% del PIL iraniano. L’Iran venne così mutato in una holding clericale dove le risorse nazionali sono gestite come un bottino di guerra privato, mentre il popolo veniva nutrito quotidianamente col mito del martirio necessario. Per rendere eterno questo sequestro, il regime ha edificato la cosiddetta “teocrazia democratica”, un sistema perverso in cui le elezioni sono svuotate di potere reale attraverso il controllo preventivo del Consiglio dei Guardiani. La “Rivoluzione Culturale” (1980-1983) ha poi cercato di stabilizzare una condizione di minorità intellettuale permanente, recidendo, come evidenziato con forza da Abbas Amanat, i legami tra l’identità iraniana e la sua complessa eredità storica a favore di una verità dogmatica somministrata direttamente dallo Stato-chiesa.
L’Iran che osserviamo nel 2026 è la prova vivente di un sistema giunto a un’insostenibilità strutturale estrema, dove il progetto di mantenere il popolo in una condizione di minorità intellettuale appare ormai agonizzante sotto i colpi della realtà. Tuttavia, un occhio realista deve riconoscere che la fine di questo interregno morboso non è priva di incognite profonde e rischi sistemici. Sebbene la persistenza eroica dei Bahá’í, la reazione indomita delle comunità periferiche in Kurdistan e nel Sistan-Baluchistan, e soprattutto la forza dirompente delle donne nelle piazze segnalino una frattura definitiva tra società civile e apparato di potere, dobbiamo guardare a questi segnali come alla speranza che il sequestro della storia possa finalmente essere rotto, piuttosto che come a una transizione già compiuta o scontata. La crisi d’identità nazionale analizzata da Abbas Amanat e la potenza della parola poetica indagata da Faezeh Mardani — intesa come codice politico e spazio inalienabile di libertà — rappresentano le ultime infrastrutture di un’unità possibile in una nazione scissa. Eppure, il rischio che il collasso del sistema porti a una frammentazione traumatica o a nuove forme di cesarismo rimane concreto finché lo Stato continuerà a percepire il proprio popolo come un nemico interno. La speranza è che l’avanguardia sociale odierna riesca a ricomporre un mosaico sociale logorato da decenni di gestione settaria, trasformando l’esaurimento biologico della teocrazia nella faticosa nascita di una nazione plurale, sovrana e finalmente padrona del proprio destino.
