TRA DIRITTO E INGIUSTIZIA

C’è un interrogativo che attraversa il nostro tempo come una faglia: che cosa resta oggi della resistenza come diritto, come dovere, come pratica democratica?
In un mondo in cui la legalità appare sempre più esposta alla pressione dell’emergenza, della sicurezza e della performance economica, e in cui determinate aree del globo si configurano come teatro privilegiato della sospensione del diritto, tornare a riflettere sullo ius resistendi non è un esercizio accademico, ma un’urgenza politica.
UNA CARTOGRAFIA EMOTIVA DEL SUD

Per Hegel, la Storia è il dispiegarsi progressivo della libertà nella coscienza dell’uomo: un processo dialettico in cui la Ragione, attraversando epoche e forme sociali diverse, giunge gradualmente alla piena realizzazione di sé. Nelle moderne istituzioni europee e nelle concezioni liberali del diritto, lo Spirito abbraccia la consapevolezza della libertà come valore universale.
GOVERNANCE, FINANCE AND LAW: THE THREE GREAT PILLARS OF THE SRAIT BRIDGE

So that’s nearly 20 years and they’ve put on hundreds of different protests and events and festivals about educating people on the values and reasons behind the No bridge movement. This said, it’s clear how one of the pillars, the law, is systematically delegitimising the resistance through legal avenues brought forward by the state, so instead of protecting the people, it’s protecting large-scale infrastructure and business.
UN PONTE TRA SIRIA E ITALIA

Mi chiamo Abdallah Alhusin, ho 39 anni, sono un arabo indigeno con cittadinanza siriana, nato nel 1986 a Homs in una famiglia tradizionale musulmana sunnita. In Siria ho studiato letteratura e lavorato per un anno in una scuola pubblica. Nel 2010 sono stato chiamato per la leva obbligatoria e assegnato ai servizi segreti militari, un’esperienza molto dura, peggio di quel che pensassi. Con l’inizio della rivoluzione siriana nel 2011, i militari furono coinvolti nella repressione dei manifestanti civili. A luglio dello stesso anno, nel mio ufficio arrivò un ordine firmato dal presidente Bashar al-Assad con tanto di dicitura “top secret” e timbro ufficiale: autorizzava l’uso delle armi contro i manifestanti per strada. In quel momento decisi di disertare.
IL LUNGO VIAGGIO

Il rapporto tra la sinistra italiana e Israele non è mai stato una questione meramente diplomatica. Al contrario, ha funzionato per decenni come una lente ideologica attraverso cui leggere il mondo: la libertà dei popoli, il socialismo, l’imperialismo, il significato stesso dell’internazionalismo. A tratti fu entusiasmo, a tratti distanza critica, altre volte pura incomprensione. In ogni fase, però, fu anche uno specchio in cui la sinistra italiana vide riflessi i propri sogni e le proprie contraddizioni.
Nel 1948, anno della fondazione dello Stato di Israele, molti ambienti progressisti italiani videro nel nuovo Stato una possibilità concreta di socialismo realizzato: cooperativo, egualitario, antiautoritario. I kibbutzim, le cooperative agricole, la militanza laica e la partecipazione femminile alla vita produttiva sembravano incarnare un modello alternativo, distante tanto dal capitalismo occidentale quanto dal centralismo sovietico. Il Partito Socialista Italiano, erede del riformismo di Nenni, fu tra i più entusiasti: «In Israele il socialismo ha assunto forma concreta, tangibile, quotidiana», scriveva “Avanti!” nel maggio 1950. Anche il PCI, sebbene più prudente, non espresse inizialmente opposizione: “l’Unità” parlava di una “giovane democrazia combattiva”.
COSA SI DIRA’ DI QUESTI TEMPI D’ORRORE?

E’ la dodicesima edizione del festival Conversazioni sul Futuro e di sabato sera la sala delle Officine Cantelmo è gremita e silenziosa, fino al fragoroso applauso che accoglie la figura che arriva sul palco con un sorriso buono, sotto l’occhio vigile della sua scorta. “Io sono catanese e mi piace venire a Lecce anche perché i nostri dialetti si assomigliano e qui trovo un’aria di casa”. Apre così Rosario Aitala, giudice e vicepresidente della Corte Penale Internazionale dal 2018, creando un’atmosfera distesa ,forse necessaria per preparare la platea al delicato tema del talk.
Con un episodio raccontato con voce ferma, Aitala ripercorre uno dei suoi primi casi all’Aia, durante un processo su una guerra africana. Un testimone sopravvissuto a un massacro racconta: “Mi hanno preso al mercato con degli amici. Ci hanno rinchiusi in una stanza senza cibo, piena di escrementi. Non vedevamo il tempo passare, calcolavamo le ore in base a quando portavano via qualcuno. Non tornavano più. Eravamo sicuri che li uccidessero. Poi toccò a me…”. Svenne sotto i colpi, ma il coltello non lo uccise. Si risvegliò bagnato nel proprio sangue e, miracolosamente, camminò fino alla Croce Rossa. “Mi commossi”, dice Aitala, “perché sentivo un fratello in lui. La sua sofferenza era quella di tutti”.
CRISI AMBIENTALE E COMUNITA’ IN LOTTA

Nel tragitto alienante che va dalla fine di Statte alla zona industriale di Taranto si alternano a breve distanza le varie tappe della via crucis locale, due discariche, l’ex Ilva, l’ombra della raffineria Eni. Nella decadente processione tra i ruderi della promessa tradita del miracolo socioeconomico, uno scorcio azzurro spacca all’improvviso il paesaggio: è il fiume Tara, il fiume dei miracoli.
Il fiume che accompagna dagli albori la storia degli insediamenti nel capoluogo ionico finisce così per diventare un’oasi di resistenza naturale allo sfacelo antropico che tutto ha divorato nell’area circostante. La sua importanza viscerale risiede in questo: è la bellezza da rivendicare per chi è nato all’ombra delle ciminiere, è il vanto di una comunità che riafferma la sua essenza oltre l’industria. Queste calme acqua che scorrono da millenni intrecciandosi con miti fondativi, riti religiosi e popolari oggi ritornano preponderanti nel dibattito pubblico perché diventate il cuore di una nuova battaglia, quella contro il progetto del dissalatore, che seguendo la tradizione delle infrastrutture calate a Taranto sarà il più grande in Italia.
ATTENTATO ALLA CULTURA

Alle volte una fotografia può essere più eloquente delle parole. Francia 1938, dal Louvre prende avvio il piano di evacuazione e messa in sicurezza del patrimonio artistico; così la Nike di Samotracia (fig.1) e la Gioconda lasciano le loro stanze per essere poste temporaneamente in luoghi sicuri quali i castelli medievali, lontano dalle città e quindi punti non strategici alla logica della guerra e dei bombardamenti aerei. Dietro questa iniziativa ci sono due persone: Jacques Jaujard, allora direttore dei musei nazionali e Françoise Mardrus, conservatrice e specialista della storia del Louvre. Solo nel luglio del 1945 le opere ritorneranno nelle loro collezioni, seguite dalla riapertura del museo.
TURISMO, ESTRATTIVISMO E IDENTITA’ LOCALE

Il territorio del Salento, celebre per la straordinaria ricchezza dei suoi paesaggi, la forza della sua identità culturale e la stratificazione delle sue tradizioni, sta vivendo negli ultimi anni un processo di profonda trasformazione. Lo sviluppo turistico, la crescita di nuovi modelli economici e l’arrivo di investimenti internazionali stanno ridefinendo i confini fisici e simbolici di questa terra, generando opportunità ma anche interrogativi complessi.
Tra i temi più discussi in questo contesto si colloca il progetto Coral 37, un’iniziativa imprenditoriale che ha acceso il dibattito pubblico sul futuro del territorio salentino. Le questioni sollevate riguardano non solo lo sfruttamento delle risorse locali e la tutela del paesaggio, ma anche le ricadute sociali e geopolitiche di un modello di sviluppo sempre più globalizzato.
Per comprendere meglio le dinamiche in atto e riflettere sulle possibili prospettive di equilibrio tra crescita economica e salvaguardia del territorio, abbiamo intervistato Federica Epifani, geografa ed esperta di turismo, che da anni studia le trasformazioni del paesaggio salentino e le relazioni tra turismo, identità e territorio.
STRONGER TOGETHER

Il 25 agosto 2025, YouthMed APS ha organizzato presso il Co-Working Space Mediateca di Lecce un’attività di follow-up del progetto STRONGER TOGETHER.
L’incontro ha coinvolto 21 giovani turchi impegnati in un progetto di Servizio di Volontariato Europeo (o European Solidarity Corps – ESC) con YouthMed APS, e ha rappresentato un’importante occasione di apprendimento e riflessione collettiva.
L’attività è stata guidata da Pierpaolo, formatore che aveva partecipato alla prima fase del progetto tenutasi in Lettonia. Partendo dagli strumenti e dai metodi appresi durante quella mobilità, Pierpaolo ha proposto un laboratorio esperienziale centrato sull’analisi del conflitto interpersonale e intercomunitario.